
Lucia, la custode del monumentale di Giubiano, da domani sarà in pensione.
Mi onora della sua amicizia da tanti anni, da quando ho iniziato ad indagare nella memoria perduta di Varese. Lo studioso che dagli archivi comunali passa a quelli cimiteriali non può non aver bisogno della sua competenza: lei possiede i registri sin dal 1880, anno dell’apertura del cimitero maggiore cittadino, che sostituiva quello precedente rimasto più giù, nell’attuale piazzale Kennedy (sarebbe stato interrato solo negli anni Venti del Novecento), registri che per inciso fino all’anno 1927 si trovano in copia anche ai cimiteriali di Como; ma più di lei, che da tre decenni colloquia con ogni singola lapide, fosse anche la più sbiadita, la più povera, la meno vistosa e visibile e se ne prende cura parentale, io non riesco ad immaginare proprio nessuno che abbia una dimestichezza così quotidiana, gentile e viva con la storia varesina.
Avevo un po’ di pesi accumulati nel cuore, sono andata a scioglierli da lei. Ci siamo sedute un pochino sugli scalini di fronte al mausoleo del Duca Francesco III, e le ho raccontato – le piace tanto che lo faccia – qualche storia ferrarese, ricordando come quel viale di cipressi che porta al sepolcro più importante della città abbia molte similitudini con quello alla Certosa che conduce al Famedio di Borso, il primo duca estense: non a caso il cimitero ferrarese è ricavato in un chiostro certosino rinascimentale, e il mio buon Signore di Varese, rimembrando ciò da esule, volle come sua dimora ultima proprio quel convento dei cappuccini che sarebbe diventato poi la sede prima del ginnasio e l’attuale Quiete.

Sai, cara Lucia, le dicevo: il palio di Ferrara nasce proprio in ricordo dell’investitura ducale di Borso1, che andò sino a Roma con Matteo Maria Boiardo per riceverla dal papa nel 1471. E io cerco di non mancare mai al corteo del palio che rivive questo avvenimento: quel viale alberato è un po’ il ricordo di questo viaggio.
Di fronte al Duca è scesa qualche lacrima liberatoria da parte di entrambe. Poi l’ho portata dal’altro mio povero Francesco, il Magatti, che volle questo cimitero durante la sua sindacatura, dal 1866 al 1878. Le ho raccontato la sua storia, le ho fatto vedere in foto in anteprima i nuovi documenti su cui sto lavorando e la sua calligrafia piccola e gentile che mi attende al mercoledì in archivio comunale. “Non ha nemmeno una fotografia”, mi ha guardata con i suoi bellissimi occhi chiari che vedono quello che la gente comune non nota. Ma io ero pronta a mostrargliene una che avevo, ammetto spudoratamente, fatto sistemare dall’intelligenza artificiale della sola che si trovi di lui, ringiovanendolo e facendolo sorridere un poco. Ci siamo guardate con soddisfazione reciproca. “Pensa, Lucia: sto lavorando ad una storia veramente particolare, che prende vita nell’ufficio del sindaco Ugo Scuri, già a Palazzo Estense, nel 1896: cento e trent’anni or sono. Magatti non ebbe mai proprio quella stanza: il Municipio rimane al Broletto fino al 1882. E però lo ritrovo notaio sul finire del secolo, al cospetto del successore e del suo proprio predecessore Carcano, proprio nei luoghi del Duca a firmare un atto commovente legato alla quotidianità della Varese di allora”. Mentre le anticipavo per sommi capi la vicenda, pensavo che la storia ci restituisce tanti esempi virtuosi di amministratori concreti e umili nonostante la provenienza sociale altolocata, sinceramente appassionati alla causa civica al punto da diventare benefattori silenti e pertanto ancor più preziosi allora come oggi. “Sai – ho concluso abbracciando la mia amica e augurandole una meritata pensione, mentre Diesel il micione miagolava di gusto – il civismo dovrebbe essere questo, occuparsi delle piccole cause di utilità pubblica e pratica”. Cose di cui la mia Lucia è sempre stata luminosa testimone.
E mentre scendevo a piedi dal colle di Giubiano verso casa, riaffiorava alla memoria l’ultima conversazione a quattr’occhi con il sindaco attuale, avvenuta all’inizio di febbraio, proprio nel medesimo ufficio di cui sopra: gli avevo chiesto di occuparsi della cappelletta abbattuta di via Postumia, perché da recenti indiscrezioni avevo sentito dire che non era nelle priorità dell’amministrazione farlo: eppure sono passati otto mesi, a settembre sarà l’Addolorata e tutto è rimasto come allora. Anzi, no: nel frattempo da quell’ufficio fra le altre cose sono stati osservati con il medesimo sprezzo burocratese altri abbattimenti, come quello del gelso biumensino, o più di recente mandati in frantumi patti presi de visu pur gestiti nella lingua del Boiardo, dell’Ariosto e di Bassani. Possibile che l’antilingua burocratese di calviniana memoria, quel linguaggio distaccato dalle piccole cose vitali si incarni così perfettamente nell’odierna stanza dei bottoni? Quanta differenza con l’umile favella di Lucia, con l’italiano incerto eppure vivo, animoso, sincero. A pensarci bene, la prima sindaca donna di Varese: della città dei morti, s’intende, eppure che sindaca, ragazzi. Averne.

(Fatta eccezione per Borso e la principessa Marfisa, gli Estensi riposano al monastero del Corpus Domini)