
Ed eccoci qui, a tirare le somme sulla storia dei cammelli dolci, la vigilia dell’Epifania (che poi è anche il compleanno di chi scrive, per questo motivo così visceralmente legata alla questione da sempre).
Premessa. In questi giorni stiamo percependo un ritorno di fiamma per la questione delle origini sottese al dolce tipico varesino e la cosa non può farci che piacere: più siamo, nel tentativo di ricostruirle, meglio è. Cercando di risalire più in su del 1931, anno in cui è documentata – carta canta – per la prima volta su una Guida Touring la presenza nella dolceria tipica varesina di “sfogliate dolci in forma di cammello” che fanno il paio con quelle a forma di cuore per la Giöbia, ci siamo imbattuti in una strana coincidenza che quantomeno merita un sorriso.
Nel ponderoso romanzo autobiografico I sette pilastri della saggezza , pubblicato nella redazione definitiva nel 1926, l’autore Thomas E. Lawrence (1888-1935), meglio noto come Lawrence d’Arabia (il cui storico film tratto dal libro, curiosamente, è andato proprio in onda ieri sera su Rai 5), è il primo ad associare l’idea del cammello alla pasta sfoglia. Noi lo abbiamo intercettato nell’edizione italiana pubblicata nel 2019 da Theoria. Siamo nel capitolo XXV dell’opera, nella quale il protagonista, un archeologo britannico arruolatosi nella Prima Guerra Mondiale, guida la rivolta araba del 1916-18, arrivando a meritarsi la Legion d’Onore e la fama internazionale. Durante un’epica cavalcata nel Wadi, si legge che i cammelli affondavano nella sabbia argillosa come se fosse di pasta sfoglia. Va detto che il libro fu tradotto in italiano solo nel 1949, ma l’immagine resta alquanto suggestiva e chissà, potrebbe aver affascinato qualche pasticcere viaggiatore.

Probabilmente, viene da pensare, il destino dei cammelli sfogliati si delinea negli anni in cui il tema delle conquiste coloniali è di forte impatto popolare, quando l’immaginario collettivo viene bombardato di notizie legate all’epopea delle spedizioni africane ed affascinato dall’esotismo. Il dubbio però che non si tratti di un’invenzione di pasticceria avviatasi negli anni giolittiani ma di una rivisitazione di dolce antico resta e la suggestione si conforta pensando non solo alla tradizione padana e italiana dei dolcetti zoomorfi delle festività cristiane, ma anche al dolce natalizio tedesco di antichissima memoria, il panpepato, che viene realizzato da sempre in foggia antropomorfa o zoomorfa o comunque a ricordo di elementi delle favole natalizie cristiane. Il panpepato o pan di zenzero, che non a caso ha dato vita anche a fiabe come quella dell’Omino di pan di zenzero del 1875, più volte rivisitata, è sostanzialmente una frolla che prende foggia di dolcetti piccoli e piatti a mo’ di stella, albero, agnellino, cammello, asinello, campanella eccetera: le classiche formine che oggi troviamo in vendita nel periodo natalizio. Ed è particolarmente suggestivo pensare che nell’ottobre del 1164 Federico Barbarossa non arrivò da solo a Belforte ma portò con sè la giovane moglie Beatrice, che certamente non si era separata dal piccolo Federico nato solamente un mese e mezzo prima, di luglio, e fors’anche dalla primogenita quattrenne. Chissà, forse qualcuno, vicino o lontano nel tempo ai fatti, alla traslazione delle reliquie dei Magi legata alla “puntata” belfortese della coppia imperiale intendiamo, volle omaggiare la bella, colta e raffinata imperatrice borgognona ma sveva d’adozione con un dolcetto che omaggiasse proprio lei e i suoi figlioli. A collegare idealmente e sempre curiosamente i soprascritti fatti relativi a due personaggi così lontani fra di loro come il colonnello Lawrence d’Arabia e Beatrice di Borgogna, il topos del cibo in fuga, che tanta letteratura ha alimentato dalla notte dei tempi, oltre naturalmente alla poesia stessa, di cui furono entrambi promotori e seguaci.
