Seleziona una pagina

Se andate a trovare in questi primi giorni dell’anno Luca Famlonga, il prestinée di Belforte, popoloso quartiere alla periferia ovest di Varese, un tempo tutt’uno con la castellanza di Biumo, vedrete esposti in bella mostra sugli scaffali i cammelli dolci che da tempo incantano le tavole dei varesini il giorno dell’Epifania, anche se in realtà ormai da qualche anno l’usanza si è allargata a tutte le feste natalizie.

Ed è giusto sia così, perché la tradizione gastronomica del cammello di sfoglia, nella sua versione più classica ripieno di crema pasticcera – ma le varianti oggi sono numerose, persino salate – è legata al leggendario passaggio delle reliquie dei Re Magi da Varese, o meglio da Belforte all’epoca di Federico Barbarossa. Ma andiamo per gradi.

Sui Magi ci informa principalmente il Vangelo di Matteo (2, 1-12), che ce li descrive come sapienti e astrologi diretti da Oriente a Gerusalemme per rendere omaggio al Re dei Giudei guidati da una stella cometa. A Gesù Bambino, che era nato nella mangiatoia a Betlemme sopra la quale si posò proprio la stella, i Magi portarono doni altamente simbolici: oro, incenso e mirra, legati a prerogative regali. Nel Vangelo di Matteo, però, va precisato, non vi è traccia dei cammelli che la leggenda regala ai Magi come mezzo di trasporto: e nemmeno nel primo Presepe della storia, quello del 1223 di san Francesco, sono citati, se fa fede il dipinto giottesco nella basilica superiore di Assisi, quello in cui il santo tiene fra le braccia il Bambino con accanto un bue e un asinello, unici animali ammessi nella Sacra Rappresentazione.

Ciononostante, la tradizione vuole che i Magi siano rappresentati cavalcando cammelli, appunto, benché nei presepi napoletani a volte li si veda sfilare quali cavalieri a cavallo. Sta di fatto che questa storia dei Magi nelle nostre contrade ha generato un apprezzatissimo dolce, appunto, tradizionale: non si sa esattamente da quanto, fatto sta che una Guida Gastronomica d’Italia, carta canta, lo dà come dolce tipico sfogliato nel 1931. Ma facciamo decisamente un passo indietro, anzi un salto di ben otto secoli. Siamo nel 1164, per la precisione il 4 ottobre: San Francesco sarebbe nato sedici anni più tardi, però è certamente suggestivo il rimando ideale. Un documento testimoniato dai Monumenta Germaniae Historica riporta che l’imperatore Federico I detto il Barbarossa firmò la concessione di numerose terre dell’Alto e del Basso Monferrato al marchese Guglielmo di Monferrato degli Aleramici, suo alleato, genero e protettore – scusate se è poco – di Rambaldo di Vaqueiras, il primo trovatore ad aver scritto versi in italiano in un famoso discordo plurilingue; autore anche del celeberrimo Kalenda Maja interpretato fra gli altri da Branduardi, ma questo è discorso a latere, anche se non troppo. Vabbè. E la storia dei Magi come si innesta?
Si sappia che qualche mese prima, il 10 giugno, le reliquie dei Magi erano state consegnate dal Barbarossa – che nel frattempo aveva annientato Milano – al cancelliere imperiale di Colonia Rainaldo di Dassel perché fossero portate da Sant’Eustorgio a Colonia, dove Dassel era arcivescovo. Si organizzarono allora due spedizioni: una, ufficiale, che attraversò Torino e il Moncenisio e l’altra, secondaria, probabilmente quella che realmente veicolava le reliquie, che correva lungo il Sempione, forse guidata proprio dal giovanissimo e al di sopra di ogni sospetto Monferrato, chissà.

Sta di fatto che quel passaggio innescò la miccia nella fantasia popolare e non solo, dal momento che ad Olona esiste tanto di chiesina intitolata ai Magi, dove si conserverebbero alcune loro reliquie. Chi scrive, non solo casualmente ha letto su suggerimento del compianto studioso e architetto Ovidio Cazzola – cui va il nostro più caro pensiero fin lassù – la documentazione, ma è anche stata, sempre casualmente, giornalista gastronomica su svariate testate (fra cui, una dozzina d’anni or sono, l’allora Radio Padania, dove conduceva un programma tematico il sabato mattina), e ha avuto modo di confrontarsi con le idee di alcuni maestri panificatori di fama nazionale – cito una per tutti la varesina Simona Lauri – i quali hanno confortato la (sempre sua, ma ormai divenuta di dominio pubblico, financo ad esser messa nero su bianco dall’Ufficio Municipale del Marketing qualche lustro fa) tesi del dolce votivo natalizio. Probabilmente in origine fatto di pane, successivamente addolcito con miele, quindi zucchero e spezie, nato più anticamente di quel che si creda, possiamo immaginare, sulla scia della suggestione di una storia forse vera, forse imbastita su un canovaccio di leggenda, ma probabilmente tutta ancora da scoprire e documentare.

Del resto, dolci zoomorfi per le festività natalizie e pasquali sono presenti da fondo a cima dello Stivale, dalle scarcelle pugliesi al cavallo veronese di San Martino, e forse anche altrove, sempre passibili di nuove rivisitazioni di pasticceria. E, si sa, i varesini da sempre si sanno vendere molto bene, per cui le famose sfogliate con ripieno di crema zabaionesca altro non sarebbero che nobilitazioni di botttega: finissima operazione certamente commerciale, cui va però il plauso più sincero da parte di chi scrive.

(e la storia non finisce qui, perché c’è un’altra, grande sorpresa in arrivo su questi schermi prossimamente. Nel frattempo ci permettiamo di dedicare la storia al consiglio comunale fiume, da cui è sortita l’approvazione dell’emendamento sulla tutela, appunto, dei suddetti cammelli. Speriamo in bene).  

In foto: articolo comparso su La Provincia di Varese, 6 gennaio 2017