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S’è fatto un gran parlare, da qualche settimana, dei nomi erroneamente riportati nel novello Famedio varesino: fra loro anche quello di Liala, mancata trentuno anni or sono, un quindici di aprile del 1995. Un’incisione uscita male dall’officina del fabbro, una svista che si sarebbe potuta certamente evitare ma di per sé rimediabile e prontamente rimediata – Amelia in luogo di Amalia – e che però ha avuto il merito, per così dire, di riaccendere l’interesse intorno alla fecondissima scrittrice della dulcedo, che non amava – e a ragione – l’etichetta di rosa (questa sì è una svista più seria, sulla pagina ufficiale a lei dedicata sul sito del Comune alla voce Famedio, e purtroppo non è l’unica). Ma vediamo le ragioni sottese alla fama attraverso le pagine di uno dei suoi assoluti capolavori, il “Diario Vagabondo”, testo tanto programmatico quanto – purtroppo – dimenticato o comunque ritenuto minore rispetto alla produzione più nota, quella romanzesca (un’ottantina di titoli) e di narrativa breve, nella quale lo stile di Liala emerge in tutto il suo perfetto nitore, fatta com’era per il corto e la sintesi. Del resto, è giusto ricordarlo, era nata cronista sulle pagine della Cronaca Prealpina.

I natali anagrafici, invece, risalgono a novantasette anni or sono e si collocano precisamente un 31 di marzo del 1897, sul lago di Como, nella villa dei nonni materni a Carate “fra Urio e Lario”, come scrive l’autrice stessa nelle sue memorie raccolte in età senile (una prima silloge di ricordi, “Voci dal mio passato”,  vedeva la luce nel 1949). Il “Diario”, come amava semplicemente chiamarlo, ci è di fondamentale importanza per ricostruire le tappe fondamentali della sua formazione: si tratta di un libro nel quale la scrittrice varesina d’adozione (stabilì il suo buen retiro nella Città Giardino per vivere di ricordi, per sua stessa ammissione) si confessa apertamente in frammenti autobiografici, lei che per una vita intera aveva preso in carico le confidenze delle lettrici (e dei lettori) nella posta del cuore.

Non ci appare casuale la scelta di comporre le proprie memorie proprio a cavallo fra 1975 e ’76 (date che affiorano dalle pagine): Liala chiude lo scritto prefatorio nel dicembre di cinquant’anni or sono, trascorso mezzo secolo dalla sua tragedia, ossia dalla scomparsa del suo grande amore, l’aviatore Vittorio Centurione Scotto, inabissatosi nel lago di Varese durante gli allenamenti per la prestigiosa coppa Schneider (per la quale era stato selezionato dal Ministro dell’Aviazione dell’epoca, il ferrarese Italo Balbo). Un lavoro che Liala, mettendo in campo la figura dell’ironia (cui attingerà spesso), spiega di aver intrapreso su istigazione dell’illustre clinico che l’ha in cura, per tenere allenata la mente e per poter riattualizzare i ricordi giovanili e rivivere “uno sprazzo di giovinezza”: pervaso di leggera ironia e di malinconica dolcezza per giorni lontani, perduti e felici anche quando chiama in causa “una voce che non risuona più, un sorriso che si è fermato”, è davvero un piccolo gioiello letterario che ferma il dolore nella carezza di pagine soavi come l’aria. E come tale andrebbe riscoperto, non solo per la bellezza dei contenuti ma anche per la preziosità formale con la quale è stato confezionato e dato alle stampe nel 1977.

Concepito nel solco del genere autobiografico classico, quello che divide le epoche della vita e che soppesa e sfuma le vicende personali per coglierne la portata ideale, il “Diario” affronta spesso il tema del nome proprio e altrui, mettendo in scena dalla Premessa il memorabile incontro con d’Annunzio (con la d minuscola, spiega lei) che poeticamente le regalò un’ala nel nome: ed era un 13 di venerdì quando avvenne, precisamente il giorno di santa Fosca, vale a dire che si era di febbraio, alla vigilia di san Valentino. Ma andiamo per gradi.

Attraversando il panorama onomastico e autoriferito di queste pagine, ci imbattiamo presto in Ghinghi, il nomignolo infantile datole dal padre, quasi onomatopeico, di sonaglino, di vocina di bimba che trilla spensierata. Morto non ancora trentenne, farmacista, del quale la giovane tenterà invano di seguire le orme negli studi prima di sposarsi, Tomaso Negretti – del quale Liala tace il nome,  – diventa la mancanza della sua vita a soli tre anni, della madre a venti, e compare tante volte incipitario nei ricordi tanto quanto quel Ghinghi, l’identità nominale incompiuta che la ragazzina, complice la fedele bambinaia Annetta, si trascina fino all’approdo al liceo (il Regio Volta di Como). Ed è lì che Amalia Giovanna Maria Negretti, nome impegnativo e mai desiderato, nome – ci verrebbe da dire – da donna posata, quale la passionale e risoluta Liala non fu mai, diventerà per tutti solamente Liana: “Io avevo uniti insieme i nomi delle due nonne: nome lunghissimo. Si abbreviò, mi si chiamò Liana”. La brevitas diventa improvvisamente la cifra della sua esistenza, fino ad azzerarsi nel silenzio, la cui voce, colta nella pace del “bel giardino con la darsena, con due rampe di scale che scendevano al lago” della villa parentale, è “la più bella, la più cara, la più completa”. In quelle ore solamente sue, in quegli studi classici che la giovanissima fanciulla dai capelli rossi e piena di lentiggini rincorre con passione facendo la spola in battello da Urio a partire dalla tarda primavera, facendosi aiutare nei compiti di greco e latino da un giovane notaio durante il viaggio, Liana si accorge di essere poco vocata alla matematica e molto di più alla parola: e soprattutto, già presaga di un futuro dove il lavoro manuale, e forse anche quello intellettuale verrà fagocitato dalle macchine, è consapevole che una donna può tener testa ad un professore misogino se ha il cervello per farlo. Liana, alla quale convengono per estrazione sociale (è imparentata con gli Odescalchi) e per destino di orfana un buon matrimonio e il lusso del comando, sceglie coscientemente il suo futuro paradiso nelle lettere proprio in quegli stessi anni in cui viene destinata al sogno familiare della perfetta donna di società. “C’era tutto in quel giardino”, annota, e ancora: ”Impara l’arte e mettila da parte”, ed è la primavera della sua prima firma aplologica – Liana, contrazione ideale di Liliana – che reca in sé in sintesi la gentilezza malinconica del profumo dei gigli, di ineluttabile virgiliana memoria (Marcello è l’emblema della gioventù fiorente che viene strappata alla vita) amati (e coltivati) dalla nonna materna olandese nel bel giardino lacustre: dama d’altri tempi che aveva fatto anche del profumo sublime e nel contempo malinconico degli ireos, come li chiama Liala, alla greca,la propria signature scent.

L’uomo che sceglie, l’uomo ideale (testuali parole), in divisa di marinaio di parecchi anni più anziano di lei, è “bello, ricco, con un rispettato nome nella marina di guerra, con un magnifico nome nella vita di cittadino d’Italia” . Si tratta del marchese Pompeo Cambiasi Junior, originario di Moneglia, figlio di quel Pompeo Cambiasi che ritroviamo in parecchie declinazioni postrisorgimentali in veste di consigliere comunale e assessore di Varese, e poi sindaco di Bizzozero, e anche provvido amministratore del Teatro alla Scala, nonché privilegiato protagonista delle vicende amministrative milanesi. A lui, pregno di cotanto nome, la sposa ragazzina porta in dote la nuova identità di Amalia Liana Negretti, che da allora farà la sua comparsa nei documenti ufficiali a partire dalla firma nell’atto di matrimonio celebrato in quel di Como nel novembre del 1919, dove le diciotto primavere letterarie, nella realtà cronistica ventitré, si coniugano alle trentasei del coniuge: “e forse si vedeva questo doppio” puntualizza. Il ritocco anagrafico esalta numeri tradizionalmente danteschi: Liana è una novella Beatrice preraffaellita, orgogliosamente fulva di chioma e classica di formazione, il nove è il suo destino, o così almeno parrebbe. In realtà la Vita Nova della scrittrice è ancora lungi dal rivelarsi, e lo farà solamente attraverso la nuova perdita, quella del grande amore Centurione, nominato a chiare lettere a partire dalla seconda parte del romanzo, dedicata all’aurora della sua vita, che sarà per lei in un momento tragedia e rinascita personale ed intellettuale.

Nell’atmosfera onirica che pervade il libro, mentre Liala sovente si scusa se la cronologia dei ricordi, trascorso tanto tempo, non sarà puntuale, si coglie la portata di un amore che fa rinascere la fanciullezza nella “svagata” giovane donna – così la chiama il suo aviatore -, portandola in volo oltre le miserie umane. Se il marito pretende di educarla all’indipendenza, insegnandole a nuotare al largo e a sparare nel bel parco padronale di via Dazio Vecchio che ora non esiste più, l’innamorato eroe la desidera così com’è, infantile, capricciosa, leggiadra. Radici e aria, due dimensioni diverse dell’amore, che finiscono per confluire in quel fatale 13 di febbraio del 1931, che si potrebbe scrivere anche 13/2/31, con le cifre speculari, quasi a ricercare quel doppio che Liala incarna da sempre nell’eterno femminino, e con le cifre anche rovesciate rispetto alla sua data reale di nascita, il 31 di marzo, a marcare ancora di più in quella data la rinascita e non solo di un nome: se ci aggiungiamo il 5, riferito al venerdì, sommando le cifre emerge il 6 della Laura petrarchesca, e il Canzoniere di giorni e amori fatali d’acqua e di ali decisamente se ne intende. Ma forse stiamo un po’ ex-agerando, o forse no, chissà.

La novella scrittrice, quel venerdì 13 febbraio del 1931, venne presentata da Arnoldo Mondadori semplicemente come Liana al Vittoriale a d’Annunzio, il frontman del grande editore, ma soprattutto il poeta eroe dei cieli che avrebbe desiderato ingaggiare per il proprio, vecchio velivolo Alcione proprio Centurione Scotto: il giovane intrepido, però, aveva declinato per timore di dover rinunciare alle gare. Il quale d’Annunzio – che pretendeva rigorosamente la d minuscola, spiega Liala -, dopo aver ben esaminata “questa Liana”, trasse da un cassetto una grande fotografia e, mentre la stava autografando per donargliela, (ma qui conviene affidarsi direttamente alla pagina del Diario Vagabondo):

(…) Cominciò a scrivere:

«A Lia…», e si fermò. Mi guardò, disse: «Ti do un’ala…».

Ricordo bene, gesto per gesto: la penna che rimane un istante, forse una frazione di istante sollevata e poi discende e scrive:

«A Liala Cambiasi Negretti compagna d’ali e di insolenza. Venerdì 13 Santa Fosca 1931».

Un battesimo letterario, quello di Signorsì avvenuto alla vigilia di San Valentino e con quel nom de plume, è proprio il caso di dirlo, che segna indelebilmente nella penna talentuosa la cifra della leggerezza, necessaria per affrontare il dolore dei lilia virgiliani: un misto di dulcedo e di malinconia che reinterpreta in maniera nuova e prettamente muliebre il mito di Amore, bellissimo dio alato ispiratore di poesia.

Note.

Primavera Cambiasi, la primogenita di Liala (nata Primavera Ippolita Augusta il 5 di ottobre del 1923), mi raccontava spesso di non amare il proprio nome: si sentiva, piuttosto, un autunno, mi confidava al telefono, votata com’era alla malinconia di una vita trascorsa all’ombra della madre, della quale era stata confidente, consulente e soprattutto – diremmo oggi – instancabile editor. Era, però, il suo, a ben vedere, un nome stilnovista, cavalcantiano per dirla tutta, protagonista di una pagina dantesca della Vita Nuova, guarda caso il romanzo autobiografico del giovane futuro poeta della Commedia, un’autobiografia ideale in realtà: nientemeno che il primo libro della letteratura italiana, che evidentemente era ben presente alla Nostra. Dante, nel celebre capitolo XXV del libro della sua memoria, al solito perso nelle sue peregrinazioni mentali, si vede improvvisamente comparire al suo sguardo Primavera e Beatrice: la donna amata dal primo dei suoi amici precede la sua, e il futuro autore della Commedia si lancia in virtuosismi linguistici e (ri)etimologici: secondo il principio per cui nomina sunt consequentia rerum, i nomi hanno una stretta corrispondenza con ciò che rappresentano, Primavera prenderebbe il nome da Primo verrà, perché anticipa la venuta di Beatrice così come Giovanni il Battista anticipa la venuta di Cristo. Interpretazione estremamente ardita, degna di un innamorato letteralmente folgorato: ci impressiona il fatto che fra i nomi di battesimo di Liala c’è anche Giovanna, e Giovanna, come ricorda lo stesso Dante, era il nome reale di Primavera, la donna di Guido.

Senza contare, naturalmente che – e concludiamo con una punta di commozione –“Primo vere” è il titolo della prima raccolta poetica pubblicata da un diciassettenne d’Annunzio nel 1879.

Per chiudere in bellezza, un ritrovamento emozionante che condivido con i miei lettori. Si tratta della dedica che compare sulla prima pagina del “Diario Vagabondo” che acquistai anni fa in un mercatino. Non ho assolutamente idea di chi siano Amelia e Adele ma una cosa è certa: Sant’Amelia si festeggia il 5 gennaio, giorno del mio compleanno, e mi ha invitata una volta di più a voler scrivere di Liala, come se mi avesse chiamata. Già che ci siamo, quel nome che è apparso così sbagliato sulla lastrina del Famedio, in realtà è appartenuto alla prima grande aviatrice della storia: Amelia Earhart, coetanea di Liala, essendo nata nel 1897, la Regina dell’aria, colei che per prima coronò il sogno di attraversare in volo l’Atlantico in solitaria. A ben vedere, e ripromettendoci di tornare sull’argomento, non era poi così sbagliato, Amelia.

(A Primavera, amica cara, indimenticabile, malinconica e coltissima, che ben conosceva il significato del suo nome, e non solo).