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Verso le undici e mezza di questa mattina, in archivio comunale – la sala studio chiude a mezzogiorno –scartabellando fra le delibere di giunta del 1970 alla ricerca, come al solito, di tutt’altro mi sono imbattuta in un documento straordinario.

Straordinario per diversi motivi, non ultimo il fatto che oggi è il 20 di maggio e il documento porta la data del 20 di maggio del 1970. Ma vi è di più: come una carezza dal cielo, arrivata nel giorno in cui il mio Bollettino di Belforte, che ho aperto il 20 di maggio del 2015, compie undici anni di vita, in questo atto ha preso corpo la voce di Ovidio Cazzola, allora assessore del Comune di Varese, mancato tre anni or sono e grande amico sia del Bollettino sia mio personale, oltre che vicino di casa. Un augurio speciale insomma, da lui che umilmente era iscritto al mio piccolo esperimento di giornalismo compartecipato su Facebook, la piazza virtuale nella quale quotidianamente racconto la mia Belforte attraverso notizie, dirette video e commenti intorno alla vita del quartiere più sfuggente alle etichette che Varese abbia eccetto una: quella di essere nato all’ombra del Castello del Barbarossa, anche se non è propriamente così perché Federico I di Hoenstaufen ci passò forse solo due volte: ma tanto basta per averlo ammantato della necessaria leggenda gotica che da secoli intriga i belfortesi e non solo.

Ovidio, che di quella leggenda è enormemente responsabile (fu lui infatti ad intercettare gli atti emessi nel 1164 e 1175 che lo vedono attivo a Burg Belfort con la consorte Beatrice in quegli anni), era architetto e come tale grande estimatore d’arte, al punto che, in quel maggio del 1970, si rese protagonista di un salvataggio che a mio avviso dovrebbe essere raccontato nei percorsi museali del Castello di Masnago, dove si trova appunto l’oggetto di questo straordinaria operazione di recupero.

Sono corsa a Varese oggi pomeriggio per fotografare i luoghi teatro della vicenda. Nella centralissima via Foscolo proprio quell’anno si operò lo smantellamento di diversi edifici storici, fra cui Palazzo Alemagna, che era passato alla famiglia Zambelli. Il lungimirante proprietario contattò Ovidio perché la magione che stava per essere abbattuta (al suo posto, al civico 3, vi è attualmente la sede della banca BPER) conteneva alcuni affreschi di pregio realizzati dal grande artista originario di Cabiaglio Giovan Battista Ronchelli (oltre ad un antico soffitto ligneo a cassettoni): in accordo con l’allora sindaco Mario Ossola, l’assessore dispose di staccare gli affreschi, di affidarne il restauro al celebre Carlo Alberto Lotti (il cui figlio fa parte dei team di restauratori del Castello di Belforte, ndr) e con una trattativa privata destinò il patrimonio artistico recuperato ai Musei Civici di Varese.

Oggi pomeriggio il Castelli di Masnago era chiuso: al pomeriggio il museo è aperto solamente dal venerdì alla domenica, gli altri giorni dalle 9 alle 12:30. Andrò quindi nei prossimi giorni a verificare di persona quali siano gli altri Ronchelli esposti provenienti da questa rocambolesca operazione che testimonia tempi in cui si osava davvero per salvare la memoria. E però una foto, da una recente visita l’ho conservata ed è quella dell’Ercole al bivio, catalogato come strappato da Palazzo Carantani e datato 1770. In realtà la scheda dei Beni culturali di Regione Lombardia rimane sul vago: l’opera si colloca fra 1750 e 1780. Ronchelli, come ricorda anche la scheda, operò intorno al 1760 nell’allora villa La Campagnola, l’odierno Palazzo Estense probabilmente per l’Orrigoni precedente proprietario di Francesco III decorando lo scalone d’onore. Dedico questa emblematica storia, che sottende un mito altrettanto emblematico, ad un amico ritrovato. Lui immaginerà il perché.

L’atto di delibera di giunta del 1970