Seleziona una pagina

Questa mattina, come ogni mercoledì da qualche tempo a questa parte, sono tornata negli archivi comunali di Varese per continuare il mio lavoro sulle piccole storie della nostra città.

Prendo la linea N, verso le nove del mattino, alla fermata di fronte al Palazzo della Regione, e scendo a destinazione a Casbeno in un quarto d’ora che non mi è mai sembrato così bello sui mezzi urbani da quando li utilizzo per assecondare la mia grande e duplice passione, ossia la ricerca e lo studio, che sono diventati da alcuni anni il mio primo lavoro; a mezzogiorno esco, aspetto l’autobus e torno a casa. Ed è comodissimo, in quanto passa proprio alle 12:10 e la fermata si trova dalla parte opposta rispetto alla Palestra di via XXV aprile, dove hanno sede anche gli archivi. All’andata, a dire la verità, oggi ho fatto un tratto di strada a piedi sino in centro perché, uscita leggermente in ritardo, la N mi era sfuggita sotto il naso mentre correvo alla fermata da via Feltre; questo però mi ha fatto appurare di aver ripreso a camminare abbastanza normalmente, cosa di cui ringrazio davvero il cielo, anzi di più: la Madonna, e non credo sia un caso se solo oggi nel suo giorno posso dirmi davvero guarita. Particolare non secondario, l’arrivo in centro a piedi mi ha permesso di incontrare un mendicante che ha il volto esatto del sindaco Francesco Magatti, del quale animo nobile – era stato il fondatore del Ricovero di Mendicità, a Natale del 1875 – ho scritto un breve saggio sull’ultimo Calandari in occasione dell’anno francescano: proprio nel giorno che ne trovai l’unica fotografia di lui conservata in un libriccino in Biblioteca, quel mendicante dal volto inequivocabile mi venne incontro per chiedermi una monetina: da allora lo considero un personaggio portafortuna.

Quanto amo camminare per le mie strade, quelle che ho adottato col cuore o meglio viceversa: Ferrara, Bologna, la Milano natia: in assoluto, credo, la cosa più bella che si possa fare quando si vuol bene ad una città. Tornando alla mia mattinata varesina, devo raccontarvi di due incontri particolari che ho fatto nel viaggio di ritorno sulla N. Mentre attraverso la strada per raggiungere la fermata (perché non ci sono le strisce di attraversamento pedonale anche in quel punto, come in prossimità dell’arrivo dell’autobus dall’altra parte della carreggiata?), mi attacca un simpatico bottone una signora bionda che arriva correndo e mi dice: “E’ passata, mi è passata sotto il naso e non ho fatto in tempo a prenderla!”. Le chiedo che corriera fosse: “La B”, risponde la signora, che scoprirò chiamarsi Silvana. “Sono stata all’Asl (ASST, ndr) e prima di uscire ho voluto andare in bagno… e così ho perso l’autobus”. Mi scappa un sorriso perché la stessa cosa è successa a me prima di uscire dagli archivi: sarei riuscita a prendere la corsa precedente ma, appunto, mi scappava la pipì e non potevo certo portarla fino a casa (sarà la luna nuova in arrivo!). Così si avvia la chiacchierata, e quando dico che prendo la N perché devo tornare a Belforte scatta inevitabilmente la miccia per innescare il ragionamento sulle favolose sorti e progressive della ciclabile dell’ingegnere che sta a Palazzo Estense (avvocato, preciso io, mentre penso che un ingegnere- sindaco a Palazzo Estense stamattina l’ho proprio intercettato in alcune splendide carte di cui dovrò scrivere: Callisto Veratti, periodo del suo mandato, 1881 – 1885). Per non farla troppo lunga, vi dico che salite sull’autobus (alla fine la signora ha preso la mia N) abbiamo proseguito la ciciaradina intorno alla Varese che è e a quella che fu: Silvana, di origine pugliese, arriva nella Città Giardino nel 1973 e trova subito una città accogliente, “molto di più di quella odierna” sottolinea sconsolata. Non è che non sia bella, la Varese di oggi, mi dice: è però maltenuta, i marciapiedi sono tutti da rifare e questi pensano alle ciclabili. Io le rispondo che ha ragione, in realtà si potrebbe pensare ad entrambe le cose: non è che le ciclabili non siano importanti (e intanto penso che stavo proprio considerando, in archivio, questioni di decoro d’annata…). Nel frattempo, in centro, sale una mia conoscenza belfortese: è Stella, una signora che abita vicino al Castello, che vive sola da tanti anni alle case dell’Aler e quando vado al Castello, appunto, mi saluta sempre dal balcone e io mi fermo volentieri ad ascoltare quello che ha da raccontarmi. E oggi mi racconta, con la sua parlata un po’ fragorosa e caustica, la bocca piegata da un problema di salute serio (è invalida ma prende la minima), che le tubature del bidet sono otturate da un mese, ha chiamato Aler ma non stanno mandando nessuno e lei è esasperata. Chiedo alla Madonna di Fatima, nel suo giorno, di fare un piccolo miracolo per questa povera anima che vorrei aiutare in qualche modo, mandarle il mio idraulico se ne conoscessi il cognome. D’un tratto mi rendo conto che sono arrivata alla mia fermata di via Ledro. La saluto un po’ frettolosamente, lei ci rimane male ma devo scendere: salutami il sindaco, mi dice, come sempre (ci ho litigato, le rispondo: e intravedo che il sorriso già provato le si increspa). Mi incammino in via Podgora e scorgo tra i rovi i primi fiori: sono bellissimi nella loro fresca ruvidezza, e somigliano un poco a lei che nella vita deve aver patito tanto, ma riesce sempre a trovare un sorriso anche parlando di cose che le spezzano il cuore.