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È da ben sei giorni che il consiglio comunale varesino ha subito una secca battuta d’arresto nel suo regolare svolgimento, sebbene si registri la presenza ufficiale di qualche desolato elemento della minoranza a presidiare quotidianamente il campo. Ufficialmente arenatosi sulle mille involuzioni narrative di un monologo leghista non concordato con gli alleati di minoranza – i primi ad abbandonare il campo mercoledì scorso già in seconda giornata – e acquisito da sindaco e maggioranza come sterile dimostrazione di forza (quasi atto gratuitamente persecutorio visto dal di fuori), oggi sta assumendo connotati sempre più desolanti e sinistri, nel significato etimologico del termine, sia chiaro.

Sì, perché se già da tempo il parlamentino municipale, a chi lo osserva con costanza e dedizione, risultava sempre più svuotato di valore, la decisione di questi ultimi giorni di interromperne i lavori ad oltranza per impossibilità di dialogo fra le parti risulta al cittadino – che rimane all’oscuro delle trame sottese ad altri livelli – come uno schiaffo in pieno volto, una vera e propria offesa recata da tutte le parti politiche in causa, incapaci di comporre la questione civilmente, è il caso di dire, laddove il consiglio comunale è esso stesso o dovrebbe essere il simbolo di tale civiltà in terra varesina.

Significare con questo comportamento a chi, nelle urne, ha affidato il suo voto, la sua fiducia civica che detta fiducia non si ripone più nell’organo di rappresentanza democratica ma in tavoli da esso dissociati, ovunque essi siano collocati, significa principalmente mancare di rispetto al cittadino, al quale finalmente non interessa più chi abbia torto e chi ragione, ma vede unicamente quello che deve vedere: che il suo voto non ha valore se non per alimentare fazioni i cui interessi vertono su questioni di puntiglio e orgoglio di parte e null’altro, e che l’istituzione che dovrebbe dargli voce è ridotta all’ombra inabile di se stessa, divorata da forze superiori che ne annientano la volontà di proseguire il cammino.

Non abbiamo scelto a caso come immagine emblematica di questa impasse la personificazione dell’accidia, dalla Sala dei Vizi e delle Virtù del magnifico Castello di Masnago. Augurandoci che la situazione si risolva al più presto possibile e ricordando a tutti quanti gli attori in causa che destituire della sua valenza un organismo sommamente democratico come il consiglio comunale equivale a tornare indietro di cent’anni, piaccia o no il paragone, chiudiamo definitivamente, nauseati, l’argomento, nella speranza che non si ripeta mai più nella storia cittadina una situazione fallimentare siffatta, per il buon nome di Varese e di quello che un tempo fu uno dei più vivaci e autorevoli consigli italiani: il primo in assoluto, per la cronaca, ad aprire le sedute al pubblico all’indomani degli anni risorgimentali, mentre adesso per pudore converrebbe chiudere il sipario di siffatto tristo teatrino e stop.

Laura Pantaleo Lucchetti