
L’intervista che Manuela Lozza, segretaria del Partito Democratico cittadino, ha rilasciato a Varesenews fa riflettere su quanto sarebbe auspicabile che nell’ormai imminente campagna elettorale per le amministrative 2027, si riuscisse a garantire alla città qualche nome femminile capace, appassionato e disposto a correre per la sindacatura.
Le urne che eleggeranno chi succederà a Davide Galimberti a conclusione del suo secondo mandato – e perciò non più ricandidabile una terza volta successiva alle prime due – dovranno infatti tener conto che negli ultimi anni la presenza delle donne in politica in quel di Varese è sempre più capillare, propositiva, appassionata.
Il problema è che nell’anno cruciale per la definizione dei giochi a Palazzo Estense, le papabili a scendere in campo ci sarebbero, ma ad oggi ne parlano – e scrivono – ancora in pochi, tutti più o meno intenti a ricamare sulle manovre degli schieramenti intorno a possibili candidati uomini: non una donna, per la verità, che stia prendendo forma, almeno timidamente, nell’immaginario collettivo opportunamente pilotato dai media, social in testa, e ancor meglio indirizzato dalla stampa locale. Per questo il caso –pilota di Manuela Lozza – che nella chiosa dell’intervista succitata dichiara apertamente che il suo favore andrebbe volentieri ad una candidata donna – «una donna come me», precisa all’intervistatore – va saputo acchiappare al volo come apripista, si spera, di un ampio e interessante dibattito sul tema.
Raccogliamo quindi la sfida e iniziamo a valutare con gli elementi sinora a nostra disposizione. Varese, città dall’indubbia anima femminile, ad oggi non ha mai avuto una prima cittadina, contrariamente a diverse realtà del circondario anche limitrofe, come Induno, Malnate, Gazzada. Sembra, del resto, un trend delle grandi città della nostra provincia, dato che nemmeno a Busto Arsizio e Gallarate il borgomastro è mai stato emanazione del gentil sesso. Al contrario, Saronno e Castellanza, recentemente passate a guida muliebre, potrebbero essere l’esempio positivo che viene da una zona di medietas (anche politica: il partito di cui entrambe le sindache sono espressione è Azione) a smuovere le acque.
E perché no, una medietas, auspicatamente, di matrice (è il caso di dirlo) civica. Sì, perché mentre gli schieramenti partitici sembrano essere i più renitenti ad immaginarsi una Varese governata dall’esprit féminin, le forze civiche (o quantomeno, sedicenti tali) almeno ci provano a farlo. Una su tutte, la “bersagliera” Stefania Bardelli, che all’indomani della separazione dal fronte vannacciano leghista ha subito dichiarato la sua intenzione di calarsi fra i protagonisti della ventura campagna elettorale municipale, in veste – sempre dichiaratamente e convintamente – civica: non è ancora chiaro se personalmente o attraverso una potenziale candidata in sua vece, ma la verve della collega giornalista votata alla causa della sicurezza cittadina e particolarmente femminile lascerebbe intendere la prima opzione.
Come non nominare, arrivati a questo punto, l’attuale vicesindaco Ivana Perusin, sempre più in prima linea negli eventi ufficiali legati alla vocazione commerciale di Varese ma non solo: basti pensare, una su tutte, che è lei il volto mediatore del discusso cantiere per la ciclabile a Belforte, accanto al più intransigente titolare del dicastero dei Lavori Pubblici, Mobilità e Infrastrutture, Andrea Civati, e che ancora lei sta tentando per l’ennesima volta un nuovo dialogo con le eterne questioni – sempre aperte, mai risolte – del rilancio mancato del Sacro Monte. Non dimentichiamoci poi che, sin dagli esordi dell’amministrazione Galimberti, Francesca Strazzi è chiamata a rappresentare ufficialmente il civismo della Città Giardino nelle dinamiche squisitamente culturali, nelle politiche giovanili e nello sport. A lei e al suo lavoro congiunto fra Coni e Anci si deve, ad esempio, l’organizzazione del prossimo passaggio della Fiamma Olimpica, primo ingresso lombardo in assoluto, previsto per mercoledì 14 di gennaio.
Quando si parla di donne, inevitabilmente il pensiero corre alla loro innata vocazione all’accudimento. E se la causa a cui sono chiamate le varesine, questa volta, fosse finalmente e veramente la cura della propria città con una prospettiva dirigenziale ma anche decisamente orientata innanzitutto alle piccole cose? In fondo quello che emerge dalle aspettative popolari non è tanto il desiderio di far prevalere uno schieramento politico pur che sia, ma di trovare la guida dal giusto e medio taglio, di accudimento appunto, per una città che negli ultimi vent’anni è stata un po’ troppo preda di visioni presbiti. In fondo Varese non merita di crogiolarsi nella percezione di sé stessa come sempre un passo indietro rispetto al decoro, alla pulizia, all’ordine altrui come fosse un’anziana signora rassegnata e votata ad un bigotto pietismo, per cui i problemi nella vita sono altri… e lamentes no perché c’è chi soffre molto più di noi. Nossignori. Va benissimo coltivare progettualità importanti, aprire cantieri, sognare in grande: ma se Ulisse tende a superare i propri limiti (e soprattutto, precisiamo, a non volerli vedere), Penelope al contrario è votata alla tessitura paziente e coraggiosa di una narrazione più intima, più riparatrice. Chiediamoci allora cosa sarebbe stata una città in mano all’appassionato magistero di Luisa Oprandi, competitor di Attilio Fontana al secondo turno (da lui poi vinto), o all’avvocatessa Caterina Cazzato, unica voce in quota rosa a capo dei civici nel 2021 ed esperta di diritto del lavoro, o ancora alla sua collega Barbara Bison, attuale capogruppo della Lega in consiglio comunale, alla quale fu imposto dai suoi vertici il famoso passo indietro a favore di Matteo Bianchi e del notorio maschilismo del movimento, pardon, partito, che pure ebbe fra i primi firmatari una agguerrita Manuela Marrone da Belforte (non solamente maritata Bossi, ma anche nipote, sottolineiamo, di quel Calogero che fu gloria dell’anagrafe durante l’Olocausto, dell’erigendo famedio di Giubiano oggi). Ne avrebbe così da insegnare, costei, ancora oggi di tattica politica intra ed extra moenia a tante (e tanti) aspiranti leader dell’ultim’ora. Ma continuiamo la rassegna.
Fra i nomi muliebri che hanno certamente vivificato il consiglio comunale in epoche passate, in grado di reggere un’allure sindacale per larga stima dei suoi concittadini e indubbie capacità personali a largo spettro, potrebbe esserci la volitiva Ambrogina Zanzi. Giornalista, commercialista, veterana della politica, decisamente sul pezzo in anticipo di decenni su tematiche come la ciclabile: fu sua l’idea di quella, ormai celeberrima, che cinge il nostro lago. Non sappiamo se le farà piacere la citazione, ma ci pareva doverosa.
Per concludere in bellezza, rimanendo nell’alveo dell’arengo municipale che nell’ultima seduta ha votato a favore del gemellaggio con Ferrara, si sappia che la madrepatria estense espresse il primato di una sindaca di capoluogo italiano nel 1950 nella persona di Luisa Gallotti Balboni, rimasta in carica anche per un secondo mandato sino al 1958. Il fatto di non avere avuto come nella Ferrara rinascimentale ad aprire la via primedonne incontrastate come Eleonora d’Aragona o la nuora Lucrezia, o ancora Renata di Francia, tutte costrette in tempi d’assenza dei rispettivi consorti a guidare fermamente e virilmente il ducato, non ci risparmia dal confronto, oggi più che mai impietoso proprio per le velleità di partnership che abbiamo. Le zdore, da sempre, a Ferrara comandano e non solo in casa.
Bando ai tentennamenti, dunque. Se si trovasse una nuova inquilina a Palazzo Estense anche in quel di Varese, non sarebbe poi così scandaloso. Non dimentichiamoci che una certa Beatrice, l’ennesima di casa d’Este, nipote del duca Francesco, divenne molto più importante e determinante di lui, e su scala decisamente più ampia del breve raggio bosino. Ma, per l’appunto, è necessaria l’allure arciducale, pardon, sindacale. Facile a dirsi, difficile a trovarsi nel concreto. Staremo a vedere.
