C’è una novella del Novellino – l’opera capostipite della novellistica europea, composta nel suo nucleo originario nella Firenze dello Stilnovo – che inizia così: “Messere Azzolino avea un suo novellatore, il quale facea favolare quand’erano le notti grandi di verno”. Si tratta della novella XXXI (mi riferisco all’editio princeps bembesca, ossia alla prima edizione a stampa, datata 1525), parecchio suggestiva, anche perché prende a prestito il tema di Sherazade delle Mille e una Notte, ovverosia del racconto come dilazione ad un pericolo imminente e lo fa avviando alla fortuna narrativa popolareggiante l’argomento del contare le pecore per addormentarsi.
Azzolino è, ovviamente, il tiranno Ezzelino da Romano, genero di Federico II, anzi colui che secondo la vulgata gli avrebbe donato un famoso manoscritto di lirica provenzale che lo Stupor Mundi farà copiare dai suoi dignitari, miccia che sortirà la nascita della Scuola Poetica Siciliana. Il cui novellatore, nella novella suddetta, vorrebbe dormire ma non può e allora si inventa una novella stratagemma per farlo: c’è un villano con cento soldi in tasca, che con ogni soldo si va a comperare al mercato due pecore. Al momento però di passare il fiume, essendosi molto ingrossato per la pioggia, ha necessità di usufruire della barchetta di un pescatore, che può ospitare solo una pecora per viaggio: “e lo fiume era largo”. A questo punto il novellatore si interrompe ed Ezzelino lo incalza, ma il primo gli risponde che prima occorre lasciar passare tutte le pecore, e poi si potrà terminare il racconto.
Una novella che è tutto un programma, interessantissima per svariati aspetti, che qui non è il caso di affrontare. Certamente mi ha fatto tornare in mente per associazione di idee il consiglio comunale fiume inceppatosi da due giorni a causa del soliloquio dei leghisti a turnazione – ma in particolare del consigliere Angei – che per fortuna un po’ di tutti, almeno si spera, è giunto ad una sua almeno temporanea sospensione, come parrebbe da una nota di Palazzo arrivata alla stampa nel primo pomeriggio. In essa il Sindaco ha annunciato che la maggioranza non siederà in consiglio a partire da questa sera, dopo aver trascorso le precedenti a subire dalla sola Lega – l’unico partito rimasto in minoranza a condurre il gioco, essendosi gli altri ritirati per tempo – una narrazione in stile Sherazade, appunto, al fine di dilazionare il più possibile l’approvazione del Bilancio.
Chissà che in realtà a qualcuno, però, non venga in mente anche la novella VI,1, la mia preferita, del Decameron: quella di Madonna Oretta che congeda l’impacciato novellatore con un motto di spirito.
Quello che pare surreale è che, tirando le somme, qualcosa dal cilindro si era pur tirato fuori sino a questo momento dal famigerato consesso: ad esempio diecimila euro per le manutenzioni al Verde Pubblico, non poche, non molte, già qualcosa; o gli impianti di condizionamento per gli asili nido; o ancora il gemellaggio con Ferrara. Ad un certo punto però la narrazione ha iniziato a prendere una svolta inattesa, migrando verso la performance fine a se stessa, evocando dubbi sinceri sulla bontà di ciò che si stava chiedendo, ovverosia di far migrare 65mila euro tratti dal sistema Park and Bus – poi srotolati progressivamente per difetto in una mise en abîme logorante e logorroica sino ad arrivare a poco meno del dimezzamento – verso i bisogni degli anziani varesini, di volta in volta diversamente – ma fumosamente – identificati.
Ecco: vorrei ricordare, con tutta la modestia del caso, che la narrazione funziona quando è condotta bene; altrimenti conviene decisamente spegnerla, e riprogrammarsi meglio per il futuro per rappresentare la voce dei varesini, fra tutti, e si auspica in letizia e concordia ritrovate.
(in foto: Maestro del 1482, 1485 circa, I dieci novellatori si riuniscono a novellare intorno a Dioneo, credit Ente Nazionale Giovanni Boccaccio)