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Complice la mia lunga amicizia con Antonia Calabrese, madrina e instancabile promotrice delle attività di Varese in Maglia, e la giornata libera del mercoledì dai miei impegni milanesi, questa mattina mi sono trovata quasi senza programmarlo a Palazzo Estense alla partecipatissima conferenza stampa di Varese Solidale.

Nell’aria frizzante di una città desiderosa di primavera, per pubblico un piccolo, gentile esercito di viole nei Giardini, erano convenuti nella splendida Sala Matrimoni i rappresentanti di molte delle 42 associazioni che da ben undici anni rinnovano il loro lavoro di squadra per far fronte alle emergenze sociali cittadine: e quindi posso dire senza ombra di dubbio di essermi trovata faccia a faccia con la summa del bene di Varese, un bene pratico, operativo, vanto non da decenni ma da secoli della nostra città in quanto erede diretto, benché moltiplicatosi e specializzatosi in molte direzioni e discipline al passo coi tempi, della Congregazione di Carità (chi scrive, queste cose le ha frequentate lungamente negli archivi) e della variegata pietas filantropica di ottocentesca memoria.

Era da anni che non mettevo volontariamente piede in quel salone: che ragione c’è di andare alle conferenze stampa a Varese, mi dicevo, quando ormai mi occupo di tutt’altro. E però, ascoltando le parole del Prevosto Monsignor Gioia e di don Matteo Rivolta, responsabile della Caritas varesina, sono stata ben lieta di averlo fatto, perché addentrarmi in un clima così costruttivo e volto al tema della bontà ha riacceso in me quell’ottimismo nei confronti della Città Giardino che avevo perduto cammin facendo per tutta una serie di questioni che nel momento in cui scrivo, francamente, mi sembrano lontane anni luce. Non di soli muri, non di orticelli conclusi e stop è fatta la Varese dell’oggi, mi dico, o di mosche bianche come la mia amica Antonia e pochi altri, insomma: tutt’altro. A due mesi dall’evento benefico, che si terrà nel fine settimana di sabato 15 e domenica 16 maggio, i coordinatori si sono spesi per presentare alla città la loro proposta di cammino congiunto per arginare le situazioni di povertà, in particolar maniera quella sanitaria che va decisamente incrementando a vari livelli, non ultimo quello psicologico e mentale. Il programma è interessante: varie voci del territorio si alterneranno in un convegno (che si terrà sabato pomeriggio, mi auguro anche con agganci alla storia del bene di Varese) e nei gazebo allestiti nel centro cittadino e culmineranno nella grandiosa cena solidale nella Chiesa Superiore della Brunella, quando saranno anche estratti i premi della lotteria il cui ricavato andrà a sostenere i vari progetti delle associazioni.

Le prime viole nei Giardini Estensi

Una vetrina che mostra la ricchezza delle associazioni varesine, ha giustamente osservato il Prevosto, ammiccando ad un paragone, quello sanremese, che ha voluto mettere in luce la particolare vocazione di questa nostra città, la generosità delle persone umili che meno hanno, più danno, quelle che si mettono in gioco quando magari hanno perso tutto, anche la fiducia in se stessi, e la ritrovano nel dedicarsi alla causa del prossimo. In tempo di guerre che mettono in discussione ogni certezza, è giusto dare un segno di speranza, tendere la mano attraverso gesti concreti ma anche veicolando un messaggio positivo di quotidianità serena o quantomeno rasserenante. E chi più di noi operatori della comunicazione, chi più di chi lavora con le parole, chi più dei giornalisti che si professano cristiani, e quindi latori di un messaggio evangelico, ha il dovere di rappresentare questo messaggio positivo, di raccontare che Varese è anche bella e buona, anzi soprattutto bella e buona, ed è ben rappresentata da quel pane che si spezza in chiesa per noi, come ha ricordato l’assessore al welfare Molinari, all’insegna della condivisione?

Tanti sono i cittadini convolti nell’associazionismo benefico. Tanta la generosità nascosta di Varese. Ed è giusto e sacrosanto celebrarla con gratitudine con un evento luminoso che metta in luce anche – una volta tanto, ché il vero problema di Varese semmai è questo, la disgregazione in tante piccole rivalità astiose ed inspiegabili nei più svariati campi, in primis quello intellettuale – l’armonia che nel campo della solidarietà è matrice indispensabile per ottenere risultati.

p.s. so bene che questo non è un articolo che potrebbe comparire su un giornale. Lascio ai colleghi delle testate del canone il compito di riportare con esattezza e scrupolo gli estremi dell’evento. Per quanto mi riguarda, mi limito a queste righe, perché mio compito è, al di là del fare opinione, ammesso che possa interessare la mia opinione!, raccontare piccole storie, come ho fatto anzitempo scrivendo di Monsignor Benedetto Crespi (1772-1858), nume tutelare e apostolo della carità varesina, che ci protegge nel primo Famedio varesino, quello nel porticato di Palazzo Estense. A lui, allievo del Parini, che si cavava di tasca sua per nutrire i disperati e i reietti, compresa la mia povera cantastorie Maria la Mazzacana (Calandari do ra famiglia Bosina, 2025) è dedicato questo scritto. Che vegli sempre su Varese, sugli eserciti umili della bontà e chi ci amministra con fatica, altruismo e zelo spesso sviliti e sottovalutati.

Con Antonia Calabrese, anima di Varese in Maglia: con lei sono corsa nei giardini per cogliere le prime viole
Con Daniela Colonna Preti, anima di Polha e delle Paraolimpiadi