
Ho aspettato un paio di giorni per concretizzare queste righe.
Da un mese a questa parte non avevo più voglia di scrivere nulla, ma soprattutto di farmi leggere.
In realtà, per me stessa, scrivo quotidianamente. Prendo appunti, annoto pensieri, commento libri in marginalia: l’atto della scrittura mi appartiene come bisogno primitivo al punto che non posso esimermi dal portare sempre con me una matita[1] pronta a catturare sulla carta qualche idea e questo portatile tascabile che uso da ben nove anni, fedelissimo compagno di cammino, cui domenica scorsa se ne è aggiunto uno nuovo di zecca per ovvi motivi che non sto nemmeno a spiegare (i due comunque convivranno a lungo, il più a lungo possibile mi auguro). [2].
Ovunque mi trovi, io debbo scrivere, lasciare il segno del mio pensiero su ciò che osservo, su chi incontro, su quello che faccio, sui viaggi, sulle letture, gli studi, le scoperte d’archivio, le intuizioni. E’ più forte di me: credo di essere nata con il fuoco della scrittura nelle vene, che fa da contraltare a quello della lettura: mi è drammatico trascinarmi nelle giornate senza poter leggere, informarmi, confrontarmi con la scrittura altrui, e non so dire se all’età di quattro anni, da quando ho imparato a scrivere e a leggere, abbia fatto prima l’una o l’altra cosa, o se inscindibilmente abbia appreso entrambe queste operazioni che considero il mio lavoro quotidiano nella sua essenza più autentica, l’occupazione per nulla oziosa ma impegnata, e impregnata di quella fatica bella che solo una causa cui si è destinati può dare.
E però a questa duplice fiammella costante nel tempo non corrisponde assolutamente il desiderio altrettanto costante di farmi leggere: forse perché sono convinta da sempre che le parole siano azioni, e che come tali vadano calibrate con cura sacrale, e così spesso mi ritiro in un silenzio indice non del non voler dire, ma del timore di dire nutrito da tante ragioni, appunto, ineffabili. Il lettore dirà. E allora perché stai pubblicando questa pagina dopo tanto tempo?
Mi è successa una cosa, due giorni fa.
La prendo alla larga. Da febbraio sono tornata a viaggiare sui mezzi pubblici per necessità, dovendo recarmi tutti i giorni a Milano. Perlopiù utilizzo il treno e poi viaggio sulla 96, qualche volta sulla metro. Ho fatto un abbonamento illimitato a IO Viaggio in Lombardia e ne sono ben contenta perché da qualche settimana, precisamente dal giorno che fu abbattuto il gelso, non riesco più a camminare bene e ho bisogno di prendere i mezzi anche a Varese: il tutto è cominciato con dei dolori forti alla schiena, passati poi alle gambe. Nulla di grave: semplicemente, tendo a somatizzare da sempre e credo che il mio amore per la lettura e la scrittura nasca per supplire questa mia impossibilità a proseguire il cammino con i mezzi motori consueti quando sono in un periodo di stress, cosicché invece di muovermi con le gambe lo faccio con la parola, in buona sostanza. (E voi direte: la metafora della scrittura come cammino è antica come la letteratura…).
La 96, non la farò lunga perché avremo modo di riparlarne, percorrendo la Milano altolocata, è un mezzo pubblico elitario, e con questo ossimoro credo di averla descritta come meglio potrei in maniera sintetica. Ciononostante o proprio per questo, perché il mio spirito di cronista non m’abbandona mai, vado appuntando nel cuore e anche su un quadernetto volti, situazioni e conversazioni che tengo per ora per me. Ma due giorni fa, come da qualche mercoledì, giornata senza lezioni milanesi, tornando dagli archivi di via XXV aprile dove sto conducendo una nuova indagine storica molto appassionante, ho avuto modo di scambiare quattro chiacchiere sui mezzi di linea varesini decisamente più proletari con una signora di origine albanese che mi ha raccontato brevemente la sua vita, congedandosi in questa maniera: “E lei deve sapere che più d’ogni medicina, quella dottoressa mi sta curando con la parola”.
Tornata a casa – avevamo preso entrambe la B da Casbeno, poi scese in centro siamo risalite sulla H fino alla fermata belfortese della ciclabile, quella dello splendido albero fiorito di rosa negli ultimi giorni di aprile: lei aveva un appuntamento in Regione – ho deciso che avrei scritto questa storia. Anche questa signora ama camminare, e anzi mi ha confidato di averne bisogno quotidianamente come conforto alla sua malattia, un tumore midollare, scoperto alcuni anni fa prima di arrivare nella Città Giardino: “Sembrava non potessi più farlo – mi ha detto – e invece ogni giorno mi impongo di prendere i mezzi e di fare quattro passi purché sia, e intanto scopro la bellezza di Varese e conosco tante persone nuove, e sono ancora qui come mi vede”. E io, che l’ho vista benissimo, cara signora D., la ringrazio per la splendida chiacchierata e per avermi restituito la voglia di scrivere sulla Voce, che, da oggi, è anche un po’ sua, e di tutti coloro che vorranno raccontarmi la loro storia mentre viaggio sui mezzi urbani, tanto vituperati quanto utili e – posso dirlo? – terapeutici per chi abbia il sacro fuoco della camminata consolatoria, che nella nostra città lo è più di quanto si possa credere.
[1] Uso di norma una 3B, anzi ne ho sparse per la casa una mezza dozzina e altrettante nell’astuccio che porto con me in borsetta. Trovo che la 3B sia l’optimum per prendere appunti manuali in maniera frenetica e continuativa come faccio io. Naturalmente, altrettanto indispensabili strumenti della quotidianità mi sono la gomma e il temperino a serbatoio.
[2] Si tratta di due Surface, il primo un dieci pollici, il più piccolo in assoluto mai concepito dalla Microsoft, il secondo un dodici perché la vista inizia a dare segni di cedimento e l’ansia di spazi si fa pressante: entrambi comunque rigorosamente formato tablet e da borsetta con tastiera separabile.