
Scrivere a caldo di una mostra è una delle cose più difficili che si possano pensare, eppure a volte è necessario e l’emozione deve lasciare il campo alle parole. Questa mattina1, su progetto e organizzazione della casa editrice Electa, si è aperta al pubblico a Palazzo Reale a Milano una delle esposizioni che segneranno il 2026, con la città olimpica apripista su Roma, a cui verrà passato il testimone dal 13 luglio. Noi della Voce non potevamo mancare di certo alla giornata inaugurale.

COME ARRIVARE. Palazzo Reale, residenza che poggia su un nucleo antichissimo visconteo rimaneggiato in varie epoche, affaccia direttamente sulla destra del Duomo: per arrivarci con i mezzi dalle stazioni ferroviarie è sufficiente quindi qualche rapida fermata di metropolitana (la rossa se provenite da Cadorna, la gialla se da Centrale, la verde da Garibaldi fino a Cadorna e poi la rossa). Una volta giunti a destinazione, dovete superare il cortile interno, dirigervi in fondo a sinistra, salire le due vaste rampe di scale – non senza meditare sul dialogo metafisico affascinante fra il restauro pittorico del contenitore espositivo che sta avvenendo proprio in questi giorni e il contenuto, appunto, pittorico – e sarete arrivati.

Fatto il biglietto (per i colleghi: scrivete qualche giorno prima all’ufficio stampa per l’accredito, come sempre, altrimenti chiedendolo sul momento il costo della visita per noi giornalisti è di sei euro), accettate un consiglio: posate gli ingombri nel guardaroba (assistito e gratuito), benché non sia richiesto espressamente come succede in altri musei, perché non uscirete prima di un paio di ore, e non vi basteranno certamente per esaurire il viaggio in un’operazione estremamente densa di opere, enciclopedica per impostazione ed estremamente esaustiva per intenzioni. Ma non spaventatevi: sarete talmente coinvolti nella materia da dimenticarvi del tempo e anche dello spazio, procedendo in quell’oltre che è la dimensione estetica agognata dalla metafisica (che ci porta etimologicamente al di là della fisica, dell’hic et nunc).
LA CURATELA. E’ un’operazione a dir poco grandiosa, quella messa a punto dall’equipe dello storico e critico d’arte Vincenzo Trione, docente alla IULM, impossibile da condensare in poche righe di convenienza. Pare giusto quindi, proponendola come suggerimento per la fruizione, ricordarne la genesi attraverso le parole medesime del curatore, che per più di un anno ha lavorato all’allestimento:
“Nei primi giorni della settimana, insieme con un ristretto manipolo di giovani ricercatori – ci piace ricordarli: Anna Luigia De Simone, Anna Calise, Vincenzo Di Rosa, Alessia Scaparra Seneca, NDR – , mi sono ritrovato nel mio studio all’Università o in un bar milanese. La pratica seguita è stata indiziaria: ci siamo comportati un po’ come detective impegnati a seguire piste poco battute, a rintracciare barlumi, a far affiorare ipotesi, senza temere illazioni ardite. (…) I materiali che abbiamo raccolto – diversi, non di rado arbitrari – sono stati oggetto di lunghi confronti e di temerarie discussioni. Scambi, ripensamenti. Nelle nostre riunioni non troppo diverse dalle liturgie di una redazione, ognuno di noi ha riportato gli esiti di un’avventurosa e sempre incerta ricerca sul campo, tra musei, gallerie, fondazioni, archivi (…). Ne è nata un’”inchiesta” critica, resa più complessa e insicura dalla scelta di non limitarci a interrogare solo la pittura: abbiamo indagato anche gli sconfinamenti in territori inattesi e lontani – dall’architettura alla fotografia, dal teatro al cinema, dal design alla moda, dal graphic novel alla music, dal videogame alla televisione, alla letteratura”.

IL PERCORSO ESPOSITIVO. LA NASCITA DEL MOVIMENTO A FERRARA. Preparatevi ad immergervi nel terreno della malinconia, che per chi scrive – di natali e formazione ambrosiani benché di cara e viscerale adozione varesina – assume la dimensione tutta estense del ritorno alla patria del cuore, Ferrara: ma andiamo per ordine. Si parte infatti dal sodalizio ferrarese del 1917, fondativo della stagione artistica della Metafisica, che vede i colti fratelli de Chirico – Giorgio e Alberto Savinio, richiamati in Italia da Parigi due anni prima, all’entrata dell’Italia in guerra, e destinati al distretto militare di Ferrara – già compagni di meditazioni estetiche con il nobile pittore dandy ferrarese Filippo De Pisis, ampliare la cerchia amicale fondendosi con la passione artistica di Carlo Carrà, reduce dalle esperienze futuristiche. A loro si unirà a distanza il bolognese Giorgio Morandi.

L’INDIVIDUALITA’ CREATRICE E LA POETICA DELL’AMICIZIA. LA CONTINUITA’ CON IL CLASSICISMO. Il sodalizio prende di fatto corpo nel nosocomio di Villa del Seminario, nella campagna ferrarese, dove il Pictor Optimus2 è ricoverato per una nevrosi e poco dopo anche l’amico Carrà. Ne sortisce “uno dei movimenti più appassionanti, originali e controversi nella storia delle avanguardie europee” (Trione), dove nessuno è leader ma si coltiva il principio dell’individualità speciale e creatrice, secondo i dettami di Apollinaire intorno al cubismo. Una “poetica dell’amicizia” attenta a “fare quadrato in nome della pittura”: uno Stilnovo pittorico ferrarese nel quale la coscienza collettiva degli artisti si pone in continuità con la produzione classica, consapevole della necessità di sentirsi parte di un cammino condiviso d’arte e di cultura.

LE PAURE, LA MEMORIA, LA MELANCONIA. I Metafisici non rinnegano la storia come le avanguardie futuriste, non si pongono in conflitto con il passato: per loro, porsi nel solco della memoria colloquiando con il passato è necessario come seguire una luce che rischiara il cammino in un’epoca di grandi inquietudini: è la fiammella dantesca con cui esordisce il De Vulgari Eloquentia, la luce dell’intellettuale pregno di cultura classica. Da Villa del Seminario osservano la guerra con turbamento, prendendo coscienza sulla tela delle loro paure. Ne emergono manichini allusivi di corpi mutilati, isole riempite di lapidi, caroselli di elementi del quotidiano che dialogano con architetture e miti classici, busti scultorei, maschere teatrali. Il sentimento struggente della malinconia diventa fondamento teorico per le loro opere: a differenza della nostalgia che certifica il lutto e separa dalla dimensione di ciò che è stato e non tornerà, essa evoca fantasmi, nella consapevolezza che la vita è un cammino di sola andata e che non esistendo ritorno, ci si può riappropriare di ciò che abbiamo perduto nella sola dimensione dell’oltre, della creazione artistica. Ecco dunque che la loro arte si fa lunare, straniata interprete del disorientamento, della maledizione di non poter dimenticare, di una realtà vissuta sempre con gli occhiali del ricordo. Ed in effetti sembra di vedere nelle loro opere affastellato tutto il materiale perduto dagli esseri umani che Astolfo recupera sulla luna: in primis, ça va sans dire, il senno di Orlando.

Non si spaventi pertanto il viandante se perderà facilmente l’orientamento nell’infinita sequela di suggestioni presenti da oggi sino allo scoccare del solstizio d’estate nelle sale di Palazzo Reale, dai fondatori del movimento sino alle folte citazioni nella cultura contemporanea nelle più svariate declinazioni artistiche. La cosa è perfettamente voluta.
Per chi scrive, campionessa di umor melancolico, al punto che mentre sta mettendo in pagina queste righe è già nuovamente in viaggio verso Ferrara, la patria perduta del cuore (dove non vede l’ora di ritrovare le ciupete e i dolcetti del giovane de Chirico) questa dolce follia, questo irriducibile errare fra le ragioni del presente e della memoria è questione vitale. Ma il lettore amico lo sa da tempo.
Metafisica/Metafisiche – Modernità e malinconia
a cura di Vincenzo Trione
Milano, Palazzo Reale
28 gennaio – 21 giugno 2026