Non era facile trovare una buona occasione di lancio della nuova Voce dopo alcune settimane di silenzio, dovuto appunto in parte al restyling in corso ma soprattutto ad un periodo personale di ripensamenti e dubbi intorno alla mia identità professionale. Giornalista sì, ma con l’animo di letterata; letterata sì ma atipica, di formazione ibrida fra l’accademico e l‘irrequieto, eternamente in bilico fra la ricerca affannosa di maestri e l’esigenza dell’autodidattismo.
Con oggi parte il numero zero di una nuova rivista il cui taglio verrà definito in corso d’opera, ma che si pone già dai suoi esordi rispetto al lettore come eccentrica nel panorama editoriale: innanzitutto gestita e diretta da una (nel senso latino del termine: una sola) donna, il che allo stato attuale delle cose non è scontato; in secondo luogo, pensata per chi ama davvero leggere e non correre sulle parole. Chi scrive ha speso anni sulla questione della parola, ne ha fatto una vocazione di vita, e il tema della raccolta nella scrittura le è molto caro. Leggere è appunto, etimologicamente, raccogliere le parole e interiorizzarle, assumendole come una medicina per l’anima. E’ un atto consolatorio, una piccola rivoluzione gentile. Non a caso ho deciso di riaprire queste pagine per la svolta – che sarà la registrazione della testata: questo è un numero zero in fieri – all’indomani del mio secondo viaggio, nel 2025, a Firenze, nei luoghi da dove si avvia il Decameron. E proprio da qui riparto, certa che sarà un buon lavoro, perché dai suoi esordi consolatorio in primis per chi scrive. Per quanto riguarda il termine Fiorita, che mi è molto caro, che il lettore immaginerà legata a contesti letterari e alla tematica floreale, per ora lo si accetti com’è: fra qualche pagina avrò modo di spiegarlo. Se non lo farò, ricordatemelo voi.