Sono certa che Varese un po’ lo abbia dimenticato, il mio buon Francesco Magatti, il secondo sindaco postrisorgimentale.
Delfino e amico di Carlo Carcano, divenuto primo cittadino di Varese nel 1866 nel pieno di una rivoluzione urbanistica avviata dal suo predecessore, del quale fu assessore agli allora servizi sociali ed educativi, era vedovo da pochi anni dell’amatissima Ester, che gli aveva dato quattro figli (cinque con la prima bambina, morta in fasce).
Non fu decisione presa a cuor leggero, quella di consacrarsi alla sua città, privo di aiuti domestici com’era, benché di condizione agiata: i genitori e i suoceri erano mancati presto e si rese necessario mandare la prole in collegio in Svizzera, forse su consiglio dell’amica duchessa Litta, ginevrina d’origine, che, vedova a sua volta, gli fu sempre vicina di tenero affetto.
Fu proprio anzi in occasione della prematura dipartita del Duca Antonio e in suo omaggio (mentre scrivo, sono sul treno per Milano che volle fortemente e finanziò lui di tasca sua pur essendo stato privato di molti mezzi da Radetzky durante le Cinque Giornate) che Magatti, dopo un mese di tentennamenti, si risolse ad accettare l’incarico di guida della città.
Padre e suocero farmacisti, un antenato assistente personale del Duca e nei geni il celeberrimo pittore Pietro Antonio, aveva rotto i ponti con la tradizione familiare studiando legge a Pavia.
Divenuto notaio, fu lui ad imprimere la svolta Liberty a Varese che s’apprestava a diventare faro della Belle Epoque grazie ai suoi numerosi viaggi (famoso quello a Parigi), alla sua lungimiranza ed alla sua copiosa cultura, di cui non faceva particolare sfoggio essendo per indole timido e votato alla silenziosa filantropia.
Tante cose gli dobbiamo: il progetto del nuovo Cimitero Monumentale, l’apertura della Caserma Garibaldi, il Ricovero di Mendicità (lo inaugurò il 27 dicembre del 1875 dopo diverse notti insonni e le feste trascorse con il suo fido segretario Bernasconi a stilarne il decalogo).
Di lui, che resse per ben dodici anni la sindacatura e che si professava sindaco-papà della famiglia municipale, ho ritrovato negli archivi comunali una serie di bigliettini fra l’affettuoso e il goliardico in cui invitava i suoi ‘famigli’ (non nel senso latino di servi ma compagni di avventura quotidiana – la giunta municipale e tutti i travet: il termine appena entrato dalla commedia torinese, lo sdogana lui) ad un brindisi col vermouth, novità per quei tempi, di fronte al camino municipale dove avrebbero bruciato un ramoscello di ginepro.
Era un antico rito che aveva voluto restituire alla sua Varese per il giorno di Natale, quello in cui si sentiva più solo.
Povero il mio Francesco: gli ho dedicato un piccolo saggio sul Calandari do Ra Famiglia Bosina di quest’anno.
A lui, che era nato il giorno di San Francesco del 1928 in una cascina di Masnago ove la famiglia era in vacanza (in realtà visse tutta la vita nella casa natale di Luigi Sacco, demolita nel 1964), e che spesso non fu capito per la sua politica mediatrice, al mio malinconico sindaco Magatti, cui non mancarono i dispiaceri personali (ma non voglio intristirvi troppo) e che però preferiva mostrarsi nella sua veste più solare ai cittadini, vorrei che oggi si pensasse un poco, magari anche per dedicargli un piccolo luogo della città che aveva amato fino a dimenticarsi di sé.
Post scriptum. L’ho già chiesto in calce al Calandari, lo ripropongo qui: di lui, nonostante affannose ricerche, sono riuscita a trovare un’unica fotografia.
Fu, fra le altre cose, cultore dei ritratti dei suoi precedessori, che aveva esposto nelle anticamere del vecchio municipio del Garibaldino: purtroppo con il trasloco della sede comunale nel 1882 si è persa la notizia di dove siano andati a finire.
Mi piacerebbe ritrovarli e ricollocarli in una sede degna, magari proprio a Palazzo Estense. Chiedo aiuto a chi potrebbe sapere dove siano e al Sindaco perché trovi modo di esaudire questo mio desiderio, anzi no: del suo ottimo e caro predecessore.