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Pietro Macchione con la sua editor, Chiara Zangarini, l’allora presidente della Provincia Gunnar Vincenzi e il sindaco Davide Galimberti nel novembre 2017. Una conferenza stampa che mi è molto cara, anche perché seguiva quella dei restauri del Bernascone.

Questa mattina, purtroppo, non ero alle affollatissime esequie. Proprio io, che potendo farlo non manco mai di portare il mio pensiero a chi mi è stato caro; proprio io che studio i funerali storici e mi immedesimo nei racconti dei reporter d’epoca; proprio io che, studiosa del genere, avevo ricevuto da lui in dono il libro sui monumenti illustri dei cimiteri varesini, ho avuto un malessere – un ritorno post erpetico del fuoco di sant’Antonio, a segnarmi quale varesina forse più dei geni natali mancanti – che mi ha impedito di essere presente fisicamente in basilica.

Non credo alla casualità: evidentemente non devo associarlo sulla pagina all’idea della morte ma a quella della vita. Non posso dire infatti che la notizia della scomparsa di Pietro Macchione mi abbia raggiunta in un tempo e in un luogo casuali. Ero a Milano, lunedì mattina, davanti ad un notaio a firmare un atto molto importante per me, dato che in quella firma si racchiudeva il sogno di possedere finalmente una stanza tutta per me, una casa con uno studio a mia disposizione per pensarmi totalmente dedita alla scrittura, la mia professione che ancora non ho osato rendere totalizzante, né concretizzare in un libro che funga da raccoglitore di tutte le mille storie che ho scritto, e che non ho mai avuto il coraggio di pubblicare.

Scrivere è il mio passo da sempre, sin da quando ero bambina. Tecnicamente ho imparato molto presto, a soli quattro anni. Se devo pensarmi munita di strumento da lavoro mi immagino con carta e penna più che sulla tastiera di un computer: scrivo moltissimo a mano – oggi è appunto la giornata dedicata alla scrittura manuale – e lo faccio quotidianamente riempiendo quaderni e diari di appunti su ogni cosa mi passi per la mente, in particolare riflessioni letterarie ma non solo. Il punto è che per me scrivere è un atto sparso, allo stadio di nota, di articolo, di appunto che non riesco ancora a concepire nella dimensione raccolta del libro; ma so bene che non potrò dilazionare ancora per molto il momento di considerarmi davvero una scrittrice.

E’ forse per questo che il segno di Pietro – il più geniale, fecondo, intuitivo e passionale condottiero letterario della scena editoriale varesina – mi ha punta sul vivo come un dardo fiammante, non come una notizia luttuosa. Che di per sé è stata tale per il panorama culturale cittadino, ma che per quanto mi riguarda è un invito a procedere, a rompere ogni indugio. A oltrepassare la cortina.

Ci conoscevamo da tempo. Io, cronista, avevo seguito alcune presentazioni di libri per il mio giornale, e avevo osato timidamente chiedergli cosa ne pensasse di una certa idea romanzesca che avevo. Era rimasto un po’ perplesso per l’argomento ma mi aveva consigliato comunque di procedere: alla fine avevo scelto di convertirla sotto la specie del saggio storico, che avevo pubblicato poi su altri lidi. Di fatto non ho mai creduto di poter incarnare il talento scrittorio che avrebbe potuto folgorare Varese, e quindi ho sempre preferito il low profile, rimanendo a livello letterario nell’alveo molto più confortevole del lettore, mestiere che ormai, si sa, non vuol fare più nessuno o quasi. Eppure, la coincidenza con certe letture, e questo accadimento straordinario del dardo di Pietro, proprio mentre mi pensavo finalmente padrona di un tempo e di uno spazio intellettuale tutti miei e solo miei, mi istigano a pensare che anche da Lassù, dove ora sicuramente si trova, il nostro alfiere delle storie ritrovate continuerà ad accarezzare benevolmente le sue firme e a guidare la rotta delle sorti della scrittura nostrana, che non può assolutamente essere lasciata in balia di sé stessa, priva del suo nocchiere.

Mi piace, per questo, riportare un pensiero di una delle mie più care amiche, Roberta Frattini, sua scrittrice.


“Pietro ha dato vita al mio sogno, mi ha fatto entrare nel grande mondo della scrittura. Ha avuto fiducia in me e mi ha dato coraggio e forza nei momenti di blocco. Ha creduto in me come forse nessuno mai. Gli ho promesso di scrivere il terzo libro (della saga di Libby, ndr): lo aspettava entro la fine dello scorso anno. Non ho potuto mantenere la promessa ma ora lo farò. Glielo devo”. Io spero ardentemente che tu lo faccia, cara Roberta. Sai che credo tanto in te sia come amica sia come umile lettrice. Faccio il tifo per la mia giornalista di moda preferita, a cui chiedo sempre in confidenza tanti consigli. Sono certa che anche Pietro sia d’accordo con me, e che Varese si aspetti il sequel di Ad occhi aperti, cara e moderna Liala che sei.