
Sono rimasta male ieri nel constatare che la festa del Santo Patrono, nel giorno del Santo Patrono, non abbisogna di troppa enfasi. Succede a San Vittore, ma non solo a Varese: essendo durante la settimana a Milano, poco dopo mezzogiorno ho preso la mia solita 96 e anziché scendere a Cadorna ho fatto tappa a sant’Ambrogio: da lì ho imboccato via San Vittore e sono giunta di fronte all’antica basilica paleocristiana che si dice essere la più antica di Milano, fondata nel IV secolo su un tempio pagano preesistente, tant’è vero che è soprannominata Porziana.

San Vittore al Corpo si chiama così perché accoglie le spoglie mortali del santo cui è titolata, Vittore, martire al tempo delle persecuzioni dell’imperatore Massimiano, di cui era luogotenente: il suo corpo, sottoposto al supplizio della decapitazione, fu dapprima accostato alle spoglie di San Satiro e Sant’Ambrogio nel sacello di San Vittore in Ciel d’oro all’interno della vicina (circa 300 m) basilica di Sant’Ambrogio, dopodiché quando i Benedettini del limitrofo monastero (oggi Museo della Scienza e della Tecnica Leonardo da Vinci) ampliarono la struttura della basilica, vi fecero trasferire le reliquie del Santo e le posero nell’altare, dove si trovano tutt’ora.
Ci mise lo lo zampino, tenetevi forte, quel Matteo Biumi di Belforte allora Regio Ducal Senatore del Regno di Milano (in buona sostanza, il governatore della Lombardia spagnola) che scelse proprio San Vittore al Corpo per fondarvi nel 1638 la cappella gentilizia con perpetuo jus patronato (lo recita a lettere dorate una lapide in marmo nero nel pilastro destro) e farne la propria dimora eterna: cappella che si trova nella navata sinistra, ultima della serie.

Matteo Biumi, lo zio dello sposo dell’Angiola Bella (omonimo e noto come Matteo III, morto nel 1668), marito di Agnese Gambarana, trapassò nel 1645. Sapeva bene che era stato il vescovo San Materno a ritrovare il corpo di Vittore martirizzato e ad offrirgli una degna sepoltura in Sant’Ambrogio. Al settimo vescovo di Milano, non è certo un caso, era titolata già nel XIII secolo – stando al Liber Sancti Mediolani di Goffredo da Bussero (di cui conserviamo la prima, elegantissima e preziosissima copia a stampa in Biblioteca a Varese) l’antica chiesa di Belforte, che con ogni probabilità si trovava all’interno delle mura del Castello entrato nei possedimenti dei Biumi nel corso del XV secolo; stessa titolazione (con aggiunta dello psicopompo Gregorio, per la devozione alle anime del Purgatorio) mantenne quando fu ricostruita fuori le mura, sopra il Lazzaretto delle pestilenze. Di fatto il futuro marchese di Binasco[1] aveva per sempre legato Milano a Varese con questa soluzione: ed è per questo che ho ritenuto opportuna la visita ieri mattina: come milanese di nascita, varesina d’adozione e di cuore e belfortese di anima.

E per fortuna avevo fatto le fotografie che vi mostro tempo addietro, perché ieri all’ora di pranzo la basilica era chiusa e senza nessun segno esteriore di festa, anzi ammantata da un cantiere che da almeno quattro anni invade tutto il maestoso sagrato: avrei saputo solo telefonando verso sera, una volta rientrata a Varese, che anche nel giorno del patrono si era scelto di discontinuare l’orario da mezzogiorno alle tre e mezza, riaprendo il portale ai fedeli solo nel pomeriggio.


A quell’ora, però, ero appunto appena arrivata davanti all’altra San Vittore (vedi video qui, dove mostro anche la bellissima vetrata ), la gemella varesina, edificata anch’essa su un tempio latino preesistente, e anch’essa in parallelo priva di elementi esteriori che potessero far pensare alla festa patronale. Certamente, in entrambi i casi si era scelto di anticipare i festeggiamenti alla domenica precedente: ma allora perché, almeno a Varese, gli uffici pubblici e le scuole ieri erano chiusi, gli autobus urbani osservavano l’orario non scolastico, e addirittura era stato ripetuto, pur in tono minore, senza autorità, il rito del faro al mattino, con concelebrazione di prevosto e numerosi monsignori?
Onore all’amica Elena Ermoli che ieri pomeriggio, alle tre spaccate, dava inizio in San Vittore varesino alla visita guidata con un drappello di appassionati. Di certo, al giorno d’oggi, fare pubblica testimonianza di fede e di arte sembra diventato un problema scomodo anche e paradossalmente nel giorno in cui si dovrebbe seguire l’esempio di chi, per non rinnegare appunto la fede, perse la vita e venne canonizzato per questo.


[1] Il titolo gli fu conferito post mortem nel 1651 e passò al figlio Pietro Luigi non senza tribolazione, in quanto ci fu la necessità di un processo per stabilirne la legittima discendenza da Matteo.