Seleziona una pagina

Domenica mattina 26 gennaio, seguita da molti cittadini e autorità varie, si è svolta al Monumentale di Giubiano la cerimonia di inaugurazione del Famedio, nel quale sono stati iscritti una prima cinquantina di nomi illustri della storia recente della Città Giardino.

Chi scrive, dispostasi fra i presenti nella sala del Commiato in posizione defilata, per poter annotare respirando gli umori dalla solita prospettiva dei fiori (e dei cipressi, complice anche un bagno nella Liturgie des Heures di Jovoy, profumo che mi accompagna nelle mie peregrinazioni cimiteriali, fisiche e mentali), osservava quanto stava accadendo con composta passione, essendo particolarmente a proprio agio nella materia. Anni di studio sulle concessioni di vecchi e nuovi cimiteri a Varese e non solo, ore d’archivio trascorse ad esorcizzare la paura della morte durante il tristo tempo covidiano – da allora le storie accumulate sono felici compagne delle mie scritture segrete, che prima o poi darò alle stampe – sono stati e continuano ad essere, per me, forse la più cara fra le ormai rare occasioni di colloquio con la mia città, da quando ho smesso i panni della cronista del quotidiano e alterno l’attività di studiosa a quella della viaggiatrice.

Intuivo perciò bene quanto lavoro poteva esserci stato sotteso a questa giornata che  – come auspicava nelle ore precedenti il sindaco in un nostro rapido e amichevole colloquio – sarebbe stata davvero storica. Un lavoro di studio, vaglio, selezione, scrematura al quale mi sarebbe piaciuto partecipare, ma era giusto si avviasse con voci più autorevoli della mia, in un campo scientifico di ragionamenti al quale, tutto sommato, appartengo di fatto da meno di un decennio. Date le premesse, non avrei potuto evitare di commuovermi di fronte alla lunga e sentita orazione di Davide Galimberti, al suo evocato culto foscoliano del culto dei sepolcri, e all’appassionata emozione di Francesca Strazzi, coordinatrice consiliare della commissione operativa, mentre declamava i nomi dei primi illustri che stavano per essere svelati nella lapide cenotafiale all’ingresso del cimitero, nel medesimo luogo che cent’anni fa esatti era stato prescelto per un’altra lapide, quella del sacerdote e giornalista garibaldino Giuseppe Della Valle, proveniente dal vecchio cimitero di piazzale Kennedy, ma non ritrovata. Accanto, un affresco ritrovato e restaurato della prima mappa del cimitero, così com’era stato progettato dall’architetto Maciacchini, capolista a buon titolo della sgranata di nominativi impressi nel marmo.

Una mattinata di lirica partecipazione, che doveva rimanere impressa nell’opinione collettiva come il degno proseguimento di quelle operazioni luminose che dall’ingresso della fiaccola olimpica in poi si stanno susseguendo quotidianamente da un paio di settimane a questa parte, e che stanno risvegliando Varese dalla polvere della malinconia. Ma, si sa, anche la parola scolpita come illustre memento – e ogni parola è atto – è documento umano, e quindi passibile di errore (benché avrebbe potuto essere meno imbarazzante, immaginiamo, una rilettura preventiva da parte quantomeno della commissione congiunta prima di, come dire, mandare in pagina: in fondo i tempi tecnici c’erano). Ed è così, purtroppo, che si sono svelati, al momento della calata del drappo, ben tre nomi evidentemente impressi in maniera non corretta: due morti freschi, come dicunt dalle parti degli uffici cimiteriali, ossia quello di Roberto Maroni (rinominato Ernesto, forse per i trascorsi giovanili rossi, chissà) e del senatore Tomassini (diventato Tommasini), e una altrettanto autorevole defunta benché non proprio di giornata, la scrittrice Liala, per la quale mi sentivo personalmente convocata a rapporto, dato che in passato mi sono spesa un pochino per lei, come cronista e non solo. Il problema è proprio quel non solo: perché già una volta mi era toccato, su richiesta precisa dell’ormai defunta figlia Primavera, di far ritoccare una targa a lei intitolata.

Vi racconto brevemente la storiella. Si era nell’aprile del 2015, in occasione del trentennale dalla scomparsa, e con Bambi Lazzati e Riccardo Santinon, allora assessore al Verde Pubblico in Giunta Fontana, dovevamo reinaugurare la piazzetta che si incastona fra via del Cairo (o meglio, via Cairo…) e via Robbioni. Consultai la mia amica Primavera Cambiasi, con la quale avevo inaugurato un’amicizia telefonica da quando l’avevo intervistata per una bella (per me indimenticabile) pagina della Provincia di Varese e scoprii che la targa era appunto sbagliata, o meglio: sentita anche e soprattutto l’anagrafe di Carate Urio, dove era nata, recava una sequela di nomi di battesimo sgraditi da espungere, secondo la volontà parentale che conseguiva a quella della penna cara al Vate. Del resto in arte ognuno è libero di farsi chiamare, e ricordare, come vuole: io, di vie intitolate a Durante Alighieri o Gaetano Rapagnetta non ne ho mai sinceramente conosciute. Così, complici gli uffici preposti, feci rifare la targa che ancora dovrebbe svettare in quella piazzetta nonostante le molteplici reinvenzioni susseguitesi e la inaugurammo leggendo una breve pagina del Diario Vagabondo da me prescelta che parlava, non a caso, di errori (in quel caso alberi abbattuti) da cui si può partire per ritrovare orizzonti nuovi.

Chi non fa, non sbaglia e io sono la prima a non rileggermi mai, quando vado di fretta e ho troppe cose importanti a cui pensare. E però a me, che per la seconda volta sono chiamata a segnalare il nome errato di chi ha fatto volare alto Varese in letteratura (e che tanto ho pregato che potesse essere fra gli illustri varesini, detto per inciso, fino ad ottenerlo), viene ancora in mente che Liala, che era stata cronista sotto uno dei suoi molteplici nom de plume in gioventù alla Prealpina, era famigerata a Palazzo Estense ai tempi di Mario Ossola, suo carissimo amico, come una specie di oracolo da consultare sulle dinamiche cittadine: questo va, quest’altro non va, per piacere riapri la funicolare del Campo dei Fiori e via discorrendo. Sorrido, anzi sono lieta pensando ad una Varese che reca la sua firma molto di più di quanto non immaginiamo. Ed è per questo che chiedo a chi deve occuparsene, di riscrivere bene il suo nome (oso: si metta Liala, stop, non c’è bisogno d’altro) e non solo sulla lapide. C’è davvero tanto bisogno di rieducare alla gentilezza e all’ascolto, di cui lei era campionessa, tutta una città, a partire da chi critica solo per il gusto di farlo. Vorrei vedere voi, all’opera.

Liala
Dove realmente riposa Liala, ossia nel cimitero di Velate
Con la mia amica carissima Lucia, la custode del cimitero di Giubiano, a cui dedico questo articolo.
La Voce in versione Liala…
Atto di nascita di Liala (Ancestry.it – Como e Lecco, Lombardia, Italia: Registri di stato civile, 1866-1936)
3 aprile 1897, Carate Urio