
Ho letto che fra i nuovi nomi candidati al Famedio e che verranno sottoposti al consiglio comunale in una seduta dedicata a settembre ci saranno anche quelli di Anna Maria Gandini e di Ester Miglierina.
Sono veramente contenta e in particolare di Anna Maria conservo con commozione il desiderio che ebbe di conoscermi alle soglie del Covid e nei giorni di sant’Antonio, cosa che purtroppo non poté realizzarsi perché in quel periodo avevo preso un’influenza e temevo di andare a trovarla con la mia amica Rita Alioli, sua cugina, in casa di riposo ancora convalescente e potenzialmente infettiva: dovetti rimandare ma di lì a poco si iniziò a parlare di covid e arrivarono le chiusure, e non potei mai più mantenere la promessa.
Seppi molto dopo la sua dipartita (avvenuta il 26 dicembre 2021) che la bionda giornalista – che per me e per tantissimi suoi lettori e ascoltatori si identifica ancora con la Voce di Varese – compiva gli anni proprio il 17 di gennaio: una varesina vera, con la V maiuscola come la sua Voce, appunto, di cui non starà a me ricordare le performances. In ogni caso sono davvero felice di questa “promozione” che mi auguro avvenga davvero perché Anna Maria è stata la regina delle giornaliste in un panorama decisamente maschile (e maschilista…) come quello varesino e quindi non posso che caldeggiare una volta di più questa proposta.
Tra l’altro, vengo a saperlo nel giorno della santa delle voci, Giovanna D’Arco, eletta patrona non a caso della radiofonia, e quindi lo considero un segno bello anche per me, che da pochi giorni ho iniziato a collaborare con interventi radiofonici con la bella trasmissione dal mondo degli archivi e delle voci perdute da riportare in carne “Tutta Varese ne parla” di Antonio Franzi su RMF.
L’altro bel personaggio di cui si è proposto l’ingresso nel Famedio è la prima consigliera comunale donna varesina, anche lei per me voce d’archivio, che anzi mi si è palesata proprio nelle ultime sessioni di studio dagli anni Sessanta sfogliando le delibere di consiglio degli anni di Lino Oldrini e di Mario Ossola (ne parlerò in un prossimo articolo): si tratta di Ester Miglierina, che fu certamente pioniera di emancipazione femminile in una città, va ribadito, un po’ poco propensa a queste cose non solo settant’anni fa ma anche oggi: basti pensare che nella prima “infornata” al Famedio, su una settantina di nomi effettivamente incisi nelle lastre della fama al monumentale di Giubiano ve ne erano solamente tre: Rosita Missoni e Emma Macchi Zonda coi rispettivi mariti e Liala.
Ma poi ci sono altre tre donne che doverosamente sarebbero da ricordare nel Famedio e di loro mi sono variamente occupata. Caldeggio il nome di Amelia Bolchini De Grandi, mecenate ottima grazie alle cui donazioni nacquero i musei civici varesini, la cui voce mi è apparsa da una Prealpina del Millenovecento e Settanta martedì mattina mentre in emeroteca stavo studiando quegli anni di intensa cultura sotto l’egida di Mario Ossola e Ovidio Cazzola; ancora, quello di Luisetta Tola d’Oria, senza il cui munifico lascito pur fatto in nome del marito Luigi e del cognato Tito non avremmo avuto la novella operazione del Molina; infine Ada Van Der Schalk, non fosse che l’anno prossimo saranno i settanta dalla scomparsa e questa pittrice dei fiori e dell’umanità varesina (pur essendo lei di origine olandese) mi ha condotta sulle sue tracce da Firenze a Milano, e altro ora non occorre dire. E certamente ve ne saranno altri, di nomi belli femminili da incidere nella memoria dei varesini e delle varesine per non farli più incorrere nell’oblio. Un modo forse anche più suggestivo di quello del Famedio, pur riconoscendone i nobili intenti, o comunque in colloquio con esso sarebbe quello di intitolare loro alcune vie o luoghi pubblici: anche l’odomastica della Città Giardino è impietosamente parca di nomi femminili nonostante vari proclami.