
Mentre scrivo, a Pontida, nel giusto tributo della folla padana, si sono appena conclusi i funerali dell’Umberto.
Ho detto a Manuela che non sarei riuscita ad esserci, se non col pensiero.
Se ne è andato di luna nuova, di vento e persino di terremoto, esattamente sei mesi dopo il suo ottantaquattresimo compleanno: l’alfa all’equinozio di autunno, l’omega, specularmente, agli esordi di primavera, nel giorno di san Giuseppe. Privilegio dei grandi, lasciare un segno nelle stelle.
Sono rimasta, mio malgrado, a presidiare la nostra Varese, quella da cui ho trasmesso, anni fa, in collegamento con Radio Padania, le storie, le tradizioni, le canzoni bosine al sabato mattina. Quelle che a lui piacevano tanto, in particolare la sigla di Talamoni Or me paes l’è un paradis che avevo scelto proprio perché era la sua preferita. Le avevano registrate i bambini della Scuola Bosina assieme a Pietro Delvò, mancato anche lui qualche anno fa. Fu un periodo davvero delizioso.
Non voglio addentrarmi in discorsi politici e analisi intorno alla lega del presente e quella del passato, anche perché tutti sappiamo che sono due cose ben diverse, non è il caso di girarci tanto intorno: resta il fatto che Umberto è stato un padre fondatore di un movimento poetico, non solamente politico, di frattura, di avanguardia potremmo dire, e nei movimenti poetici di frattura c’è sempre qualcuno che rompe gli schemi col passato e altri che cercano di ricomporli, rompendo a loro volta con il padre fondatore.
Ecco, l’Umberto ha riacceso la poesia dove sembrava perduta, nelle contrade di una Varese malinconica e assopita nel suo tran tran quotidiano, e poi in Lombardia e in Padania tutta. Io guardo questo fatto, innegabile: ha risvegliato le coscienze intorno alla bellezza silenziata del Nord, restituendogli voce lirica nelle sue innumerevoli favelle. A questo proposito, nei giorni scorsi mi sono trovata ad assistere ad una lezione di letteratura contemporanea in Statale a Milano e il mio professore, uno dei massimi critici letterari italiani, ha evocato la mai dimenticata proposta bossiana di inserire nel canone i grandi della poesia dialettale, dal Porta al Belli a Trilussa: commossa, ho subito mandato un messaggio a Manuela informandola della cosa. E’ stata, credo, una delle ultime soddisfazioni che Umberto abbia ricevuto nella sua vita non priva di riconoscimenti ma anche di piaghe da sostenere, questa citazione che in un contesto universitario vale come un alloro poetico assegnato ad honorem.
Ciao, Umberto, bello come il sole, come la poesia. Così ieri pomeriggio ti abbiamo ricordato fra le chiacchiere donnesche nel salotto bello di Valentina in Galleria Manzoni, vedendoti ancora di fronte agli occhi mentre sfilavi da ministro sotto l’Arco Mera con la scorta, alto, moro, fiero. Ora sei a chiacchierare di Gemonio con mio padre, che ti ha preceduto soffrendo della tua stessa duplice passione, l’amore viscerale per la nostra terra unita ad un identico dolore del corpo provato da quel morbo che, ironia della sorte, o forse inequivocabile segno divino, porta il nome degli accenti del ritmo versuale. Che quella vostra, nostra terra di poesia sia lieve ad entrambi.
Post scriptum. Ho scelto come immagine per queste righe una porzione del ciclo di affreschi, stupendi, che vengono rivelati semel in anno nella chiesa di San Giuseppe in occasione della festa (che si concluderà oggi) attraverso l’apertura del coro, solitamente precluso ai fedeli.
Ieri mattina sono stata alla splendida conferenza di Elena Ermoli che ha illustrato la storia e l’arte del piccolo tempio sacro incastonato nel cuore di Varese e ho potuto ammirare con commozione questi lavori intorno alla vita del padre terreno di Gesù, che si concludono con il santo nel letto di morte a cui si riuniscono Maria e il Figlio. Un’iconografia inconsueta, rarissima che non poteva non farmi pensare ad Umberto e a mio padre, mancato quando ero ancora ragazzina. Umberto amava ovviamente anche l’arte e a Natale non mancava di spedire cartoline d’auguri con effigiate opere di autori locali: un aspetto, quello del comunicatore culturale, che ebbe ben presente, impersonò a suo modo e che andrebbe riconsiderato e studiato con attenzione.