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1° settembre 2026

Oggi, primo settembre, per me è come se fosse una sorta di secondo Capodanno, o forse di primo, chissà, perché io, l’estate, questo periodo morto che costringe all’inattività, che allontana dalle occupazioni abituali, sin da bambina non l’ho mai davvero troppo sopportata.

So che in tanti la pensano come me e noto con piacere che hanno il coraggio di scriverlo, sui social, o di dichiararlo a voce in amicizia, e di fissare al primo di settembre la ripartenza ideale della loro creatività. Mi sento meno sola ad ammettere di vivere, nei periodi forzatamente di fermo, una situazione di pesantezza psicologica difficile da spiegare. Non che ne sia già uscita solo perché è il primo di settembre, intendiamoci: ma proprio perché finalmente ci siamo arrivati sento che la svolta è vicina, o almeno lo spero.

Chiedendomi quale sia il mio compito per questa nuova ripartenza, non posso che rispondere sempre alla stessa maniera: salvare le storie. Lo fa il cronista quando ferma sulla pagina il tempo; lo fa lo storico quando riporta in vita personaggi e vicende del passato; lo fa lo scrittore quando affida le sue novelle al ciclo concluso di un libro che prenderà vita propria come deve fare un figlio quando lo hai partorito.

Io, che non ho ancora scelto quale di queste figure voglio definitivamente essere, e che forse non sceglierò mai, mi cullo nell’idea semplice di mettermi di volta in volta ad acchiappare una storia e di cercare il modo migliore per salvarla. Che poi, alla fine, è sempre lei che salva me, intendiamoci: io non ho potere salvifico alcuno, se non nella mia perenne illusione di trascinarmi alla ricerca di storie da sottrarre all’oblio coltivandole con cura.

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Salvare, insomma, significa prima di tutto raccogliere e accudire. Una storia va accudita con un linguaggio e uno stile appropriato ma prima di tutto con uno studio sotteso, il terreno giusto dove seminare le storie.

Così come quello del gelso, anzi del doppio gelso cresciuto nel vaso sul mio balcone da una mora bianca che avevo sbriciolato intorno ai poveri ramoscelli del morone di largo Copelli a fine maggio, spiccati furtivamente dal tronco inerme e interrati all’indomani dell’abbattimento. Ero stata al Castello di Belforte in quei giorni, attirata da alcuni lavori di carotaggio nel cortile: poco distante, un signore che non avevo mai visto mi aveva invitata a raccogliere le more del suo gelso bianco che cresceva a ridosso della strada. Era l’albero di sua moglie Violeta (“con una t sola, mi raccomando, se deve scriverlo”).

Questa è la storia, brevemente, che ho deciso di salvare in questi mesi estivi, semplicemente attraverso la cura e l’attesa. La cosa bella è che le talee che avevo fatto del povero gelso martirizzato a fine marzo (io ed alcune mie amiche che avevamo preso comune decisione di andare di soppiatto a tagliare qualche ramo dall’albero abbattuto per conservarle per noi) non avevano attecchito ma sono rimaste a fertilizzare questa nuova storia: in realtà una di loro aveva messo qualche sparuta radicina ma poi non si è più risvegliata. Ed è rimasta lì, così strana, con quella sua gemma verde che non s’apre mai, sul legno secco, ad osservare le foglie del nuovo gelso che si slancia verso la vita.

Ecco, io riparto così, con questo doppio morone che in poco meno di due mesi, giacché i cotiledoni sono spuntati i primi di luglio, è già diventato una bella pianta forte e coraggiosa. Mi spezzo ma non mi piego, sembra suggerirmi la mattina quando gli offro l’acqua in premio alla sua – e alla mia – resistenza di seminatrice e coltivatrice di storie. Mi auguro che questa vera novella sia di conforto e di buon auspicio a quei pochi che ancora mi leggono e perché no, anche alla mia città, che ha tanto bisogno di storie belle per vivere il presente e progettare il futuro.  

(Largo Comolli divenne tale ufficialmente con una delibera di giunta del 17 febbraio del 1970. Naturalmente ci sto lavorando in archivio e ci stiamo un po’ tutti appassionando alla vicenda, che riguarda da vicino anche l’indimenticato Ovidio Cazzola, allora assessore alla Pubblica Istruzione ma che era attivo a largo spettro nella cultura varesina di quegli anni. Il giorno che mi recai al Castello e raccolsi la mora stavo pensando ad una sua impresa salvifica, un ciclo di dipinti del Ronchelli che aveva appunto fatto salvare al Lotti e di cui vi parlerò presto. Inutile dire che ho sentito la sua carezza dal cielo quando è germogliato il gelso).