
Da nove anni a questa parte, quando inizia il mese di agosto ritorno con la mente a quello del 2017, quando per l’ultima estate del mio giornale venni ingaggiata dal direttore Francesco Caielli, detto Caio, con la mia collega Paola Trinca Tornidor per condividere con lui gli editoriali del mese.
Ciò significava che, oltre a tenere in piedi un bel po’ di pagine agostane di quel quotidiano cartaceo pur ridotto all’osso – ma una trentina di facciate, forse qualcosina in più, le avevamo ancora – , io su Varese lei sulle pagine lacustri, dovevamo escogitare una storia bella per convincere il lettore a comperare ancora la Provincia. Onoratissima di cotanta missione, meritata sul campo per aver tenuto testa alle sgambate del ginnico arcivescovo Delpini nel suo ingresso varesino di alcuni giorni prima, benché sempre con quel demonietto cerebrale che mi tarlava la convinzione di non essere all’altezza, mi misi d’impegno e produssi (ripensandoci, senza troppo sforzo a dispetto dell’ansia ad prestazione) tutte le righe che mi si chiedeva di radunare, attingendo dalla cronaca e dalla storia locale, che per me sono due facce della medesima medaglia, dal momento che già allora ero impegnata nelle mie indagini d’archivio in particolare su tematiche scolastiche.
Fu un mese splendido e terribile, in assoluto uno dei più folgoranti della mia povera carriera giornalistica, segnato in maniera particolare dalla chiusura di due scuole: l’Addolorata di via Bernardino Luini e la Canziani del Montello. Mi affezionai pericolosamente alle due cause, forse proprio perché da qualche mese avevo sotto gli occhi nei tristi faldoni abbandonati negli archivi della Righi le storie remote di quelle gloriose istituzioni, legate da una genesi in qualche maniera affine, benché non temporale. La Canziani, che chiudeva i battenti per una relazione d’inagibilità che lessi e non mi convinse del tutto (e in effetti è ancora lì, impassibile, a resistere ai venti perlopiù politici, coi suoi abeti piantati da Furia in persona), era sorta alla metà degli anni Sessanta come scuola speciale ufficialmente per tutelare le disabilità (allora aveva altra denominazione che oggi non sarebbe politicamente corretta), per poi livellarsi ad elementare. L’Addolorata vantava il doppio degli anni della sorella in sorte, ed era la continuazione, anch’essa “normalizzata”, del primo educandato femminile per le orfanelle e le bambine prive di supporto familiare.
Fu un’affezione viscerale, la mia, per entrambe le vicende, di cui avevo seguito estenuanti commissioni di dialogo con le istituzioni da cronista e anche come commissaria delegata nel gruppo misto di Mauro Gregori, che si sarebbe dimesso dal consiglio comunale alla vigilia di Ferragosto: un colpo durissimo alla politica dell’esordiente amministrazione di sinistra. E io in tutto questo ero in mezzo come quel parafulmine del Signor Malaussène, avendo fatto parte attiva della famigerata Lista Galimberti: forse proprio per questo fui la prima giornalista a cui il novello sindaco concesse un’intervista coi fiocchi perché andasse in pagina per l’edizione dell’Assunta. Mi ricordo ancora con terrore quei giorni e in particolare proprio il 14, quando il Caio fumando dalle narici mi intimò di scrivere mezzo giornale da sola, perché se ero riuscita a far cantare quel volpone del Galimba proprio nel giorno in cui il suo migliore amico gli girava le terga, allora ero capace di tutto. Mi rivedo per il corso ad importunare i passanti sul pezzo di cultura che ovviamente avevo proposto io: che libri leggeranno i varesini sotto l’ombrellone, fosse al mare, alla Schiranna o al Campo dei Fiori. Vedo passare sotto le insegne della redazione, come fosse ora, Chiara del Nero che avevo conosciuta ai famigerati giovedì del sindaco (ebbene sì, mi toccava seguire pure quelli). Rivedo Angela Zamberletti che mi prepara alle undici un caffè al ginseng per tirarmi un po’ su. Mi risento addosso l’espressione trasognata del Caio che mi intima di stanare Gregori che dopo aver annunciato le dimissioni sui social ha chiuso i contatti col mondo intero. “Un giornale così non lo facciamo più” è la sua espressione trionfante.
La sua. Perché la mia era piuttosto quella di Calimero che avrebbe lavorato sino alle dieci di sera per consegnare tutto alla perfezione, e addio insalata di riso per la festa, addio peperonata e vitel tonnè. I miei sei figli e mio marito avrebbero dovuto mangiare pane e cipolle a Ferragosto perché io dovevo eseguire le direttive del mio tirannico (e adorato) direttore che a un certo punto, pur di avere l’esclusiva del mio impegno professionale, mi sibilò: o me o Galimberti. In buona sostanza in quell’agosto dovetti congedarmi ufficialmente dalla mia lista civica, anche se in effetti, ripensandoci, già accettando l’incarico per il gruppo misto la frattura si era fatta abbastanza evidente. In ogni caso il mio civismo fu da allora in poi più produttivo al di fuori da schemi costituiti, come era prevedibile.
Ho perso il famoso filo rincorrendo le emozioni di allora. Nel flusso di coscienza non può mancare l‘appunto di quelle ferie interrotte pressoché sul nascere, per seguire il trasloco dell’Addolorata dalla sede storica delle Suore della Riparazione alla nuova collocazione all’ultimo piano della Righi, il canto del cigno di una storia di cento e trent’anni che poi avrei consegnato, dopo puntuali studi archivistici, registri alla mano, al Calandari di qualche edizione fa. Riuscii anche a fare un sopralluogo non autorizzato nelle nuove aule, complice una bidella mia amica che mi scortava negli archivi dove studiavo; alla stessa maniera venni invitata nella vecchia sede di via Luini dal comitato genitori e le foto della scuola scuola in dismissione che ancora circolano sono le mie. Una collega della Prealpina con la quale mi ero trovata casualmente ad una conferenza stampa (collega peraltro gentilissima) mi chiese stupita come avessi potuto riempire due pagine sul caso quando i comunicati stampa erano stati laconici: le risposi che io qui comunicati stampa non li consideravo nemmeno. Diciamo che fu l’inizio dei miei famigerati attriti con l’ufficio stampa municipale.
Per ora mi fermo qui, ripromettendomi di raccontare dell’ultimo anno del mio giornale in un nuovo articolo. Forse a qualcuno non farà piacere rivivere quelle storie, ma per me sono uno dei ricordi più cari in assoluto del mio periodo da cronista dell’oggi. E sono giunta alla convinzione che tornare a scrivere in agosto, dopo aver scelto deliberatamente di non farlo dopo quell’ultimo agosto (perdendo anche un lavoro…), sia una liberazione del cuore. Quindi, probabilmente, ci rileggeremo domani.
P.s. Si capisce che questo pezzo è dedicato? Anche se abbiamo discusso, e non ci parliamo da un pezzo – “e ricordati che un carattere come il tuo, nessun altro direttore riuscirebbe a sopportarlo!” -, TVB Caio.