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21 giugno 2016: il sindaco neoeletto Davide Galimberti nel primissimo scatto con la fascia tricolore

Dieci anni fa come oggi, il 21 giugno del 2016, Varese si svegliava in estate e con un nuovo sindaco.

Provo ancora la stessa emozione e, forse, il medesimo senso di smarrimento nel riguardare le foto di allora. Avevo fatto parte della squadra che aveva portato Davide Galimberti alla vittoria su Paolo Orrigoni al ballottaggio: eravamo rimasti tutti abbagliati dalla sua figura luminosa. Homo novus della politica varesina, vestiva i panni del civico di sinistra, appoggiato dal partito democratico e da altri movimenti similmente orientati, ma sostanzialmente era figlio dell’humus cittadino e come tale ne interpretava le istanze, almeno ai nostri occhi. Eravamo stati scelti per la via, noi della lista che in corso d’opera si era voluta assumere il nome del nostro capitano: avevamo deciso di chiamarci così per orgoglio antonomastico, durante uno dei pochi brainstorming che ci avevano visti concordi pressoché nell’immediato.

Eravamo personaggi attinti dai vari quartieri, dai rioni, dalle contrade, noi della Lista Galimberti del 2016, di differente estrazione sociale: molti professionisti, una giornalista (io), un paio di letterati ed altrettanti sportivi, alcuni studenti, forse solo uno già con esperienza politica pregressa. Attorno a sé Davide era riuscito a catalizzare un gruppo i cui orientamenti politici erano eterogenei; ma soprattutto eravamo camminatori che si erano assunti il preciso ruolo di ascoltare il territorio consumando le suole. Ci aveva reclutati così per la maggior parte, più o meno, lui medesimo in quei mesi prima della sua elezione, mentre via via calcava le strade varesine con un drappello sempre più nutrito di seguaci che non erano i follower dei social ma proprio gente vera, in carne ed ossa, che, affascinata dai modi semplici e gentili di questo giovane avvocato ancora misconosciuto ai più (ma con le idee ben chiare su come avrebbe voluto ridisegnare Varese), lo accompagnava nelle sue camminate urbane. In poche ore si diventava uno dei suoi e si segnava un patto di fiducia reciproco e amicale che, almeno nelle intenzioni, era una fides espressa nei confronti di Varese stessa e del suo ascolto.

La giornalista di quartiere che ero e che in fondo sono ancora – undici anni di Bollettino di Belforte vorranno pur dire qualcosa – non esitò a raccogliere l’invito ad un civismo nato sotto questa buona stella, materializzatosi nelle aspettative il giorno del solstizio, quando Davide raccolse ufficialmente il testimone di Attilio Fontana. Un testimone che si sarebbe tramutato in un’alleanza preziosa allorché l’Attilio a sua volta succedette a Roberto Maroni alla guida della Lombardia. Varese sotto gli auspici di questa doppia, felice e in un qualche modo complice investitura del sindaco neoeletto e del sindaco emerito avrebbe vissuto finalmente una stagione nuova, replicando finalmente con energia le grandi stagioni delle innovazioni urbanistiche e culturali del passato, che si erano arenate per qualche decennio sotto il peso di opposizioni consiliari intestine alla medesima maggioranza a traino leghista.

Tornando all’oggi, Davide, a mio avviso, ha mantenuto tutte le promesse fatte e non posso che ritenermi soddisfatta del suo operato: a dieci anni di distanza posso dirlo a chiare lettere e proprio perché la mia anima di autentica civica è sempre rimasta fedele a sé stessa, nonostante il fallimento delle aspettative che riponevo nella lista Galimberti. Questa, infatti, manifestò le prime incrinature subito dopo l’insediamento di Davide e le ragioni che divisero le strade di quei sognatori il cui primus inter pares era proprio il nostro capitano furono molteplici: all’indomani della campagna elettorale l’entusiasmo primigenio tornò a contenersi entro le righe di una quotidiana e più placida militanza, essendo scaduti i termini della corsa alla conquista del consenso; ma forse la verità è che la nostra lista aveva guadagnato a Davide più di altre la carica di sindaco e nonostante questo avevamo espresso solamente un assessore, anzi un’assessora, e nemmeno dei più determinanti: e di questo, purtroppo, me ne faccio ancora una colpa personale, perché fui proprio io a proporre in una delle primissime riunioni post elezione di ripristinare il dicastero dei Quartieri e della Partecipazione, che giustamente poi andò a ricoprire Francesca Strazzi, colei che di noi aveva ottenuto il maggior numero di voti durante la campagna elettorale. Questo perché la causa civica era stata meno rapida del PD a pretendere ruoli chiave, e il semplice fatto che ad altri civici che non si erano nemmeno consumati quelle famose suole in campagna elettorale fossero stati assegnati altri assessorati strategici ci era apparso francamente un po’ indigesto.

21 giugno 2016: il passaggio del testimone fra Attilio Fontana e Davide Galimberti a Palazzo Estense

Non riuscimmo, sotto queste premesse, a fare decollare quell’unico assessorato nel segno dei quartieri, nonostante la buona volontà di chi era rimasto e di Francesca, che probabilmente avrebbe meritato la Cultura. Anche sotto mio impulso – “O lo rendiamo veramente utile allo scopo o lo cancelliamo”, dissi a Davide all’indomani della sua rielezione nel 2021 – i Quartieri furono poi azzerati nel secondo mandato e delegati ad un consigliere o meglio ai consigli di quartiere, sul reale potenziale di ascolto dei quali, personalmente, ho sempre espresso numerosi dubbi.

Ora si prospetta una nuova tornata elettorale nella quale Davide non potrà ricandidarsi come sindaco (cosa a mio avviso ingiusta, e non solo perché da biografa di sindaci del passato ho studiato casi in cui sono stati riconfermati più e più volte, primo fra tutti il Magatti). Per come lo vedo io, da amica rimasta tale e quale nel tempo, è maturato negli anni e potrebbe porsi nuovamente alla guida di un movimento civico con una complessità di giudizio sui vari ambiti che gli deriva da una presenza discreta sul territorio ma effettiva (non è quello che si vede ciò che è realmente), ma anche da una costanza nell’amore per la sua, la nostra Varese che mai è venuta a mancare anche nei momenti più difficili. E per difficili intendo il periodo di smarrimento collettivo del covid, in cui lui è sempre stato guida sicura e faro certo per la città, e poi quello di largo Flaiano che non ha immediatamente generato consensi, per usare un eufemismo, sino all’ultima e spinosa vicenda della ciclopedonale di Biumo e Belforte, da qualche media un po’ di parte definita l’autogol finale di un fuoriclasse. Condivido sul fuoriclasse, non sull’autogol: certamente, e lui lo sa bene, non riesco personalmente a perdonargli l’abbattimento dello storico gelso di largo Comolli, sacrificato come un Cristo in croce proprio a ridosso della Pasqua per le ragioni della nuova urbanistica: quando gliene parlo e quasi sempre con rabbia (sia per il dispiacere dell’albero in sé sia per il sentimento di essere stata tradita nella fiducia) mi sembra di colpire lui e me ne pento, perché l’amicizia non è continuamente rivangare ciò che ci ha fatto soffrire entrambi, chi per una decisione dolorosa da prendersi (anche se poi le dinamiche effettive non sono dipese certamente da lui e aspetto ancora al varco il vero responsabile) chi per un torto subito e inatteso. L’amicizia è camminare assieme, sostenendosi a vicenda e soprattutto condividendo una medesima visione del mondo e delle cose pur da prospettive differenti, superando anche gli inevitabili momenti di buio. Nel segno di quel cammino condiviso e concreto che intraprendemmo per Varese dieci anni fa io non solo approvo l’idea e la concretizzazione della ciclopedonale (sì, l’ho detto, la uso già con le mie gambe e mi piace) ma anche mi auguro che Davide non spenga l’entusiasmo in vista dello scadere del mandato e anzi lo rinnovi proprio in senso civico, ricostituendo quel manipolo di sognatori e camminatori che volevano aggiustare la Varese delle piccole cose e delle piccole storie che non funzionano e che forse sono state in parte accantonate per dare priorità ai grandi sogni urbanistici. Ora che questi possono dirsi ben avviati al compimento, (fra essi il mio personale sogno del recupero del Castello), è giunto il tempo di pensare a come eravamo partiti e riprogrammarci un po’ tutti da lì.

The day afer il ballottaggio: compare sui manifesti elettorali il “Grazie Varese” del sindaco neoeletto. Siamo a Belforte, davanti alla materna Collodi