


Stamattina, avendo dimenticato in un’altra borsa l’abbonamento dei mezzi, dopo tanto tempo mi sono concessa di passare a piedi in largo Comolli.
No, non era proprio possibile che chi ci amministra avesse intenzione di salvare il povero gelso. Non raccontino barzellette: non hanno fatto di tutto pur di salvarlo. L’idea primigenia era proprio quella di sbatterlo giù, non di risagomare l’aiola o amenità del genere pur di tenere buoni gli animi viscerali.
Una bella colata di cemento intorno alla ruspa in azione e via, facciamo tabula rasa, tanto chi si ricorderà mai più fra un anno di quell’albero, di quel sacrificio.
Giusto una giornalista credulona, forse. Perché certamente in tutte le epoche si sono sacrificati alberi alle rivoluzioni urbanistiche: si sa, basta andare in un archivio e lo si legge, ci mancherebbe altro. E’ il mio mestiere, in fondo, scavare in queste cose.
Io non dico che questa amministrazione Galimberti sia cattiva in senso letterale: lo è in senso etimologico, semmai, ossia prigioniera di istanze ideologiche e di manie di grandezza che per carità, a leggerle bene possono anche sposarsi con una certa epicità di fondo. Del resto le scelte impopolari alla fine si rivelano sempre le più lungimiranti, da un punto di vista politico. E la poesia non è certo solamente quella delle piccole cose.
Certamente la nuova viabilità sarà un successo, come la ciclabile o la ciclopedonale. Non lo dico con ironia ma pensando che stiamo entrando in una fase dettata da esigenze di snellimento della circolazione veicolare, alla quale prima o poi dovremo pur abituarci: io per prima lo sto facendo, e sono convinta che sia stato giusto avviare queste operazioni.
Questo però non toglie che gli alberi vadano rispettati, come le persone.
Si sarebbe potuto studiare meglio, con più misericordia, con più umanità, il modo di zittire ed azzerare una testimonianza arborea di un passato illustre. Evidentemente non sono cose che contano, alberi e persone, in politica green, a parte nel mero dato numerico: ottantamila cittadini, tot alberi ripiantumati per ogni albero antico rimosso per esigenze tecniche, tot alberi pro capite, abbiamo pareggiato i conti, anzi di più: siamo persino dei pionieri in materia di nuove presenze verdi in città. Eh già.
Ripeto: nessuna condanna da parte mia, che leggo e so cosa fecero bene anche altri prima di loro, e che oggi sono portati in palmo di mano come dei grandissimi sindaci ed assessori votati alla modernità: c’è chi ha tirato giù le mura medievali, figuriamoci. E però ho sempre nel cuore e negli occhi quel Dante Isella che nel consiglio comunale del 15 dicembre del 1960, chiamato a pronunciarsi sulla possibilità di portare il gioco del Mini-Golf – di questo ho parlato in radio tre giorni fa – a Villa Mirabello, disse: purché non si sacrifichino alberi per esso.
Dante Isella, il più grande filologo che l’Italia abbia avuto con Avalle, guarda caso pure lui passato da Varese (e a suo tempo ugualmente scappato).
Forse per questa sua umana compassione e letteraria per la sacralità degli alberi non è ancora stato portato nel Famedio della Città Giardino?
Una bella domanda, in effetti.