Seleziona una pagina

Ieri mattina, attendendo di salire in radio da Antonio Franzi per la trasmissione in cui sarei stata ospite, ho deciso di entrare a visitare la chiesa dei Frati Cappuccini.

Ero arrivata a destinazione in viale Borri con una mezz’ora buona di anticipo dato che felicemente – cosa che non mi succede praticamente mai… – ero riuscita non solo a non perdere la solita N al solito orario in viale Belforte ma soprattutto ad intercettare in centro la E in coincidenza quasi perfetta, quella che si prende alla fermata di via Orrigoni. Cosa fare dunque nel frattempo per ingannare la tensione emotiva (sì, io sono molto emotiva…)? Non ci ho pensato nemmeno due volte: niente caffè al bar, entriamo in chiesa a dire una preghiera.

Vi confesso: sono rimasta incantata da questo edificio così moderno esternamente, e però tanto gentile al suo interno, e tanto bello. Con me c’era una ragazza che aveva acceso una candela alla statua di San Francesco, che si trova all’entrata: ho seguito il suo esempio e mi sono raccolta a pregare. E però io prego in movimento, non riesco a star ferma nemmeno in questa condizione, e soprattutto lo faccio, in chiesa, ammirando l’arte, che mi ispira appunto la preghiera. Così, cercando di seguire il pregevole ciclo pittorico frutto di mano non antica – chiesa e convento risalgono alla fine degli anni Trenta del Novecento – ma certamente classicheggiante e di pregio (avrei poi scoperto che alcun opere sono frutto della mano di padre Calloni), le gambe e gli occhi si sono portati su una tela decisamente più antica, rappresentante la Vergine con il Bambino e un santo, che non ho immediatamente identificato, sebbene ci fosse accanto un pannello esplicativo che sulle prime non avevo notato. Così, un po’ per istinto, ho commesso l’errore – sia giornalistico sia morale – di chiedere a Google chi avesse realizzato la tela: e con mia grande sorpresa la famigerata intelligenza artificiale che appunto conduce in errore il giornalista frettoloso mi risponde che è stato il Magatti.
Ma come, mi affanno: io vengo a parlare del pronipote sindaco, e non so che c’è un Magatti in chiesa a Radio Missione? Ma che figura! Sono davvero ignorante e supponente! Adesso mi invento una scusa e scappo via.

E mentre inizio a disperarmi, prendo ad osservare l’opera una seconda volta e mi sembra mi stia parlando.

Ho capito quello che mi vuol dire. Girati e leggi il pannello. L’opera è del Nuvolone, non del Magatti, e raffigura San Felice da Cantalice con gli Angeli.
Mi conforto. Il tempo però stringe e non ho purtroppo più il tempo di approfondire chi sia questo santo così particolare che mi ha chiamata, è proprio il caso di dire. Lo saluto, congedandomi anche dalla bellissima e speculare Immacolata che effettivamente mi fa pensare al mio Magatti di villa Panza (meglio Litta, per me) e a quella di santa Teresa a Pavia dove appunto vive e studia mia figlia Teresa: un giorno dovrò vederla di persona. Salendo le scale racconto il fatto ad Antonio e ride: sì, è un Nuvolone, non un Magatti.  

Per farla breve, questa mattina vengo a scoprire che ieri era san Felice da Cantalice, nato e morto un 18 di di maggio nel VI secolo, e che questa tela proviene dall’Immacolata Concezione del Convento di Porta Orientale a Milano, citato nei Promessi Sposi: è il convento, non più esistente, in cui Renzo arrivando a Milano si porta con una lettera di presentazione sperando di trovarvi Fra’ Cristoforo. La storia la trovate in questo splendido articolo di Sergio Redaelli su RMF online. Il convento dei cappuccini, come spiega il Manzoni, aveva “quattro grandi olmi dinanzi”. Ora, dovete sapere che in questo periodo sto lavorando molto sul tema degli alberi, e l’olmo in particolare mi è caro perché è l’albero citato da Isidoro di Siviglia  nelle sue Etymologiae nella prima storia del libro che possediamo: in essa l’ultimo padre della chiesa estrapola un esametro delle Bucoliche di Virgilio per spiegare che la parola liber deriva dall’interno della corteccia dell’olmo, da cui si ricavava una sorta di supporto portatile per la scrittura domestica (una cosa estremamente moderna, insomma). Non la faccio lunga ma pare che sia stato proprio Isidoro a determinare la fortuna del termine libro associato al concetto che tutti bene abbiamo in testa, chi più chi meno. Invece Manzoni, se andate in piazza San Fedele a Milano, il Libro con la maiuscola lo tiene nelle mani dietro la schiena, e non si tratta del romanzo come si potrebbe immaginare ma proprio di Virgilio, che lui amava soprattutto ogni altro scrittore e considerava maestro sommo.

Detto questo, perché quel quadro di San Felice abbia voluto chiamarmi proprio nel suo giorno, forse mi è dato di capire leggendone la storia versata in toto all’umiltà e alla carità: il Santo delle Strade di Roma è considerato patrono dei bambini e degli allevatori dei bachi da seta (che come è noto si nutrono delle foglie del gelso…) e protettore delle madri di famiglie numerose. Insomma, data una serie di circostanze, non avrei potuto certamente non commuovermi.