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In poche ore ho perso un libro, un albero e un amico.

Credo non sia casuale che le tre cose abbiano affinità fra di loro.

Il libro è il Diario Vagabondo di Liala. E’ successo giovedì sera, sul treno di ritorno da Milano, in una giornata ventosa e sinistra in cui forse avrei fatto meglio a starmene a casa. Sono all’incirca le 19:30, il treno è in arrivo in stazione a Malnate, quando ricevo una telefonata: mi si invita ad una mostra di pittura amatoriale a Varese. Mentre sono al cellulare vedo con la coda dell’occhio correre verso l’uscita l’unica passeggera rimasta a bordo del vagone: e poi distinguo le ultime parole dell’altoparlante (su cui si era sovrapposta la voce telefonica) che annunciano che il treno sostitutivo sta arrivando sul secondo binario. La ragazza intuisce il mio smarrimento e mi fa segno di seguirla: il treno si è guastato.

Infilo al volo il cappotto bianco che avevo lasciato sulla cappelliera, acciuffo il cappello, lo scialle e le due borse che ho sempre con me – una grande per i libri e il computer, l’altra piccola per il portafogli e gli oggetti personali; quasi sto dimenticando il sacchetto con i libri della Hoepli che ho acquistato durante le ore di pausa dalle lezioni di letteratura che seguo in università. Non è rimasto nulla, credo, dove sedevo. Ma il treno è già sul binario e devo affrettarmi a scendere. Salgo, il convoglio riparte in un soffio. Mi siedo in un posto di fortuna, tanto manca una sola fermata. Riprendo la telefonata. Scendo a Varese e nei sottopassaggi una donna mi fa segno che il mio scialle sta penzolando per terra. Lo sollevo ripiegandolo sul braccio; esco e sul piazzale della Nord trovo mio marito che mi aspetta in macchina.

Salgo, intercetto con lo sguardo il mio gelso di via Comolli accanto al quale vedo una ruspa.

Arrivo a casa. La giornata è stata lunga, pesante, esco da un malessere strano, ormonale, ancestrale durato qualche giorno di troppo: alla mia età, mi dico sorridendo, è comunque una botta di vita. Mentre mi ristoro torna la mente all’albero: mando un messaggio al sindaco, è tardi ma dato che è urgente risponderà: gli chiedo se devo preoccuparmi, risponde di no, che stanno sagomando la nuova rotatoria. Mi vergogno di dubitare: l’ho già fatto il giorno prima, a causa della telefonata di un’amica che ha parlato con gli operai o meglio col capocantiere che ha appena cintato l’area: costui, beffardo, le dice che l’albero è destinato a fare la stessa fine dei compagni di Largo IV novembre, abbattuti senza pietà qualche settimana prima: ma se il Comune li rivuole indietro, magari li può anche ripiantare, sono nel recuperabili nel cantiere. La mia amica mi ha riportato la conversazione: ci è rimasta male, anche perché è sotto l’occhio di tutti come siano stati fatti a pezzi quei tronchi ormai irrecuperabili. Ma già mercoledì, appunto, avevo ricevuto rassicurazioni in merito dal sindaco: non sarà abbattuto. Non si taglia. Hanno recintato per risagomare l’aiuola rotatoria, mi scrive.
La notte mi sento di nuovo male: un forte dolore al collo, e poi le gambe. Ciononostante decido di andare a Milano a seguire le mie lezioni: e però, cercando la mia Liala da mettere in borsa, non la trovo più. Sparita. Ripercorro mentalmente le azioni della sera precedente: sono certa di averla perduta. Mi porta in stazione in macchina mio marito: c’è sciopero dei mezzi (e dei giornalisti), salgo su un 8.16 che è arrivato a Varese con 16 minuti di ritardo e che partirà solamente alle 8:46, sovrapponendosi al treno successivo. Per fortuna la mia 96 è in orario: salgo in Cadorna, scendo a Santa Sofia. Sono le 10:40, sto entrando in università e mi arriva un messaggio inequivocabile da una mia cortese lettrice che mi avverte che l’albero sta cadendo sotto i colpi della ruspa.

Angosciata riscrivo al sindaco di intervenire, ma sta per iniziare la lezione: spengo il cellulare. Quando lo riaccendo, la carneficina si è compiuta. Mando due vocali concitati a Davide Galimberti, che non risponderà più.

Da ieri, quando ho visto di persona, tornata in Varese nel primo pomeriggio, la povera sagoma brucata e inanime del mio gelso rivolta con le radici al cielo, non riesco più a camminare. Sono a letto, con la schiena rigida, immobile, raccolta in un dolore antico, di bambina ferita. Quell’albero, quel povero albero sono io, incapace di reagire all’ingiustizia.

Non vado oltre, non so bene di chi sia l’esatta responsabilità: non mi interessa. Vorrei però recuperare almeno il Diario Vagabondo, che per me aveva davvero un gran valore perché Liala, viaggiando, di giorno in giorno aveva sempre qualcosa da raccontarmi, e spesso su Varese, che amava tanto, molto più di quanto avesse lasciato credere comunemente.
Quella sera in treno ero arrivata di nuovo al Pioppo antico, un racconto che scelsi per inaugurare la sua piazzetta nel 2015, in occasione del rifacimento della toponomastica (ci avevo pensato io): era stato abbattuto un albero al parco Molina apparentemente senza scopo, ed io avevo trovato, se non lo scopo, almeno conforto in quella lettura dove anche Liala si era dovuta rassegnare al taglio di un albero caro alla vista e al cuore. Liala nel suo Diario parla spesso di cose, animali, oggetti a cui si affeziona e considera amici con cui entrare in colloquio: una statua, un pesciolino rosso, una pianta d’interni, un angioletto dai ricci spuntati o – appunto – un albero. Vorrei che chi ha trovato il mio amato libro di compagnia viaggiante – mai titolo fu più fortunato per lui in queste ore – me lo rendesse perché era davvero importante per me. Annotavo di giorno in giorno, di viaggio in viaggio la data, l’ora, le condizioni atmosferiche in cui mi mettevo a leggerlo e poi ci scrivevo a margine le mie considerazioni, in vista di un lavoro per il 31 marzo che poi sarebbe il compleanno di Liala: lo stesso giorno in cui, nel 2017, Primavera Cambiasi, sua figlia, in occasione di una festa che organizzai nel parco di Villa Mirabello con le antiche lettrici della madre, mi autografò con affetto. C’era, in prima pagina, un’altra dedica ad una certa Amelia nel suo giorno onomastico, perché era un libro di seconda mano acquistato al mercatino: e sant’Amelia cade il giorno del mio compleanno, il 5 di gennaio. Conservavo poi fra le pagine un biglietto col numero di telefono di una persona cara a cui per primo avevo parlato del Diario: il regista Renzo Carnio, mancato qualche anno addietro. Infine, una cartolina da me particolarmente amata, l’autoritratto di Achille Funi, presa ai Diamanti dopo aver visitato la mostra il giorno dopo un esame sul Decamerone, era diventata il mio segnalibro. Insomma, non potendo più riavere di certo indietro né il mio povero gelso e nemmeno un amico perduto (sono abituata ad intervistare politici che non mantengono le promesse che fanno scrivere: meno, a passare sopra una fides tradita) spero di riottenere con queste righe almeno il Diario. Ne sono così vuota che mi sta persino passando la voglia di viaggiare, e di scrivere. Mi affido al lettore, perché mi aiuti a colmare questo triplice dispiacere.

L’ultima foto del mio povero gelso di largo Comolli, la mattina dell’abbattimento.
Ore 16 del 26 marzo. Disperazione.