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4 marzo 2026
10 marzo 2026
10 marzo 2026

Cresceva, rigoglioso e superbo in via Ledro, di fronte al ponte della ferrovia che porta a Induno, proprio parato sulla svolta per via Monte Golico, un meraviglioso lauro.

Era mio amico. Lo salutavo ogni mattina quando andavo in stazione per rincorrere i miei sogni letterari; mi augurava la buona sera al ritorno, assieme al Bernascone che si staglia compito sullo sfondo cittadino: e sembrava molto più piccolo di lui, avamposto timido di poesia, quella di cui Varese ha tanto bisogno. Era il congedo beneaugurale del viaggiatore, il benvenuto per chi arrivava in città. Era.

L’ultima volta l’ho fotografato il 10 di marzo: mi ero sentita, inquadrandolo, in cuor mio, una strana agitazione. Questa sera non l’ho più trovato. Al suo posto, entro il recinto della ferrovia, dove era nato e vissuto i non molti suoi anni nonostante la mole, i suoi tristissimi resti giacciono sparsi privi almeno di un’ultima cura.

L’hanno abbattuto senza pietà, senza una ragione plausibile: solo perché, forse, in questa città la poesia dà fastidio, come gli alberi che custodiscono la memoria dei luoghi.

E poi continuano, ipocritamente, a chiamarla città giardino. Ma una città giardino dovrebbe conoscere l’importanza degli alberi, dovrebbe difenderla: e invece sembra odiare tutto ciò che ci ricorda che le piante non crescono mai per caso, ma scelgono bene dove piantare le loro radici, e a quale cielo regalare i loro rami, le loro gemme, le loro parole mute di bellezza, il loro canto antico che si perde nelle pagine dei libri che più nessuno legge, i libri fondativi della nostra civiltà.

Sì, in quell’albero mi ci identificavo particolarmente: io corro a Milano tutte le mattine per rileggere quei libri, per essere discepola di allori poetici della classicità. Non l’ho mai detto a nessuno, non importerà a nessuno – ben altri alberi fanno notizia in questi giorni, e tristemente, purtroppo – ma gli volevo davvero bene. Era la mia piccola poesia belfortese, e adesso non esiste più.