
Quando lui stamattina dava inizio alle arrampicate sorprendendo i cittadini con suo solito piglio a metà fra lo scanzonato e lo spaccone, io – lo confesso spudoratamente – mi stavo alzando dal letto dopo una settimana di pendolarismo intenso di treni per e da Milano a cui abbino un paio di chilometri di camminate almeno una volta al giorno per tenere in allenamento cervello e muscoli, provati dal lungo letargo invernale. E difatti mi è spiaciuto tanto non esserci, all’inaugurazione della nuova palestra sanfermina, che porterà il Comprensivo Varese 1 a rivaleggiare con gli impianti sportivi avanguardistici d’Italia e non solo.
Mi sono però guardata in tempo reale di pubblicazione le immagini ufficiali e anche un po’ di report dei colleghi presenti. In tutti, il mio sindaco appare proprio come l’ho conosciuto, una decina d’anni fa, durante la sua prima campagna elettorale, che fu anche la mia perché volentieri mi prestai a collaborare alla causa civica che lo sosteneva: un eterno ragazzino entusiasta con lo sguardo rivolto verso il cielo.
Sono state tante le sfide che ha affrontato in questi anni: in nessun caso si è tirato indietro nei confronti degli impegni e della fatica, votandosi totalmente alla sua città. Le critiche che gli sono state mosse non sono certo per il non aver fatto: Davide Galimberti è un sindaco che fa. Certamente, mette in opera tante di quelle cose che si fa fatica a stargli dietro, e la città che è tutta un cantiere fa venire in mente – almeno a me che di queste cose un po’ me ne intendo – le grandi rivoluzioni urbanistiche post risorgimentali del Carcano e del Magatti e quelle degli anni Sessanta di Oldrini e Ossola, tutti nostri borgomastri del fare, operativi e già che ci siamo, poco propensi a cercare di procacciarsi le simpatie universali pur di mantenere la famosa cadrega. Di tutti loro, sempre a detta di chi va a raccogliere gli umori dei tempi che furono negli archivi, non si può dire che furono coralmente e immediatamente apprezzati per il loro carattere risoluto: e a modo loro furono tutti quanti molto sportivi, allegri e ironici, forse perché attraversarono momenti storici cruciali, un po’ come è il nostro attuale.
A mio avviso, di costoro Davide raccoglie perfettamente l’eredità: sa bene quanto serva essere di esempio positivo, quanto un atteggiamento dinamico e ottimista stimoli ed incoraggi il prossimo. Abbiamo già patito troppo per ricascare ancora nel buio! E’ un leader, e come tale si comporta, sfoggiando un’allure sindacale che difficilmente sarà facile da rimpiazzare, nonostante i vari media e i social ci propinino quotidianamente bollettini di campagna elettorale anticipata con un totonomi rinnovato ad ogni quarto d’ora: segno dell’incertezza dilagante di chi vorrebbe – scusate la franchezza – fargli le scarpe anticipatamente: e invece la certezza è che lui c’è e giustamente si gode il suo anno forse migliore, l’ultimo di sindacatura, quello in cui non ha più niente da perdere ma tutto e proprio tutto da guadagnare.
Certamente, voi direte, un sindaco ogni tanto dovrebbe ricordarsi di tenere i piedi anche un po’ per terra, non solamente lavorare per i grandi progetti e le opere avveniristiche… e difatti il civismo serve proprio per questo, per ricordare a chi ci amministra l’importanza di una prospettiva umile, che consiste nell’occuparsi anche delle piccole cose. Nel mio piccolo, sebbene io non sia mai approdata al parlamentino comunale (in realtà, di campagne elettorali attive ne ho fatta solo una, rimanendo dietro le quinte per la seconda), non ho mai smesso di inseguire il sogno del civismo: e quelle piccole conquiste che assieme al sindaco Galimberti ho ottenuto, martellandolo su determinati argomenti (il recupero del Castello di Belforte e prima ancora della Madonna Dimenticata, via Val Lagarina, la riasfaltatura di via Brunico, di Bregazzana – mi ricordo ancora quando lo trascinai con l’assessore Civati nel 2017 a prendere atto del problema – e qualcos’altro, come l’adozione dei beni pubblici che è la vera altra grande notizia della settimana, argomento caro a Salvatore Furia: ne scrissi tanto a suo tempo ma anche la comunicazione capillare col cittadino…) sono per me medaglie che nessuno mi ha mai dato, ma che orgogliosamente e silenziosamente ho acquisito in questi anni di battaglie a suo fianco, che non ho mai inserito in un curriculum per ovvie ragioni, ma che mi ricordano l’importanza di credere nelle cause e nelle persone, e perché no: anche nell’amicizia che trascina e sostiene nella scalata alle più alte vette.