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La Voce, timidamente e immodestamente interpretando la Danae di Guttuso

Domani inizia il mese di marzo, il mese delle viole, che in realtà hanno già fatto capolino nei giardini ben esposti qua e là e nei vasi del mio balcone biumensino (e sono viole bianche, le mie preferite) da qualche giorno. Ma il mese delle viole è lui, quello che prende nome dal dio della guerra, Marte: e mi commuove ogni anno, quando arriva il loro tempo, pensare a quelle testoline profumate come un esercito gentile che combatte ogni giorno la battaglia della quotidianità umile.

Se potete, visto che sarà la prima domenica del mese, regalatevi una giornata al museo (che semel in menstruo per volere del Ministero è gratuita). Non è necessario essere esperti d’arte per immergervisi: sceglietene uno, andateci, staccate il telefono e tuffatevi nella bellezza. Se volete un consiglio, anche se domani le previsioni danno una leggera pioggia, anzi proprio approfittando della malinconica poesia della mia città quando piove, venite a Varese al castello di Masnago ad ammirare le collezioni d’arte classica e moderna: qualche settimana fa è stata inaugurata una nuova sezione concettuale, frutto di un dono generoso della famiglia Orsini; ma il museo è un tripudio di opere che meritano di essere conosciute ed assaporate, in un percorso eterogeneo che spazia da Pellizza da Volpedo ad Hayez, dal Morazzone al Magatti, da Eleuterio Pagliano ad Ada Schalk alle vedute del Bossoli di Sala Litta (stupenda quella del lago di Varese) e tantissimi altri; senza contare la sezione dedicata a Renato Guttuso, fra le più notevoli che abbiamo in Italia, certamente una delle più affascinanti in quanto a messaggio, legato all’interpretazione del corpo femminile in quanto portatore di valore estetico nella sua quotidianità.

Non dame, non regine sono quelle di Guttuso ma donne di tutti i giorni
, che leggono il giornale (mi piacerebbe dire anche: che lo scrivono), che danzano in un ginepraio, che riposano l’una accanto all’altra dopo una giornata di fatiche, colte nella loro essenza di luce, nella nudità delle membra imperfette e però magnifiche proprio per questo. Proprio nel giorno del plenilunio, un mese esatto fa, Serena Contini ha presentato in una delle sue solite densissime e partecipatissime conferenze, un nuovo, splendido pezzo che si aggiunge a quelli già noti del fondo Pellin: la Danae, dipinta nello studio di Velate nel 1984.

Quest’opera è uno dei numerosi frutti del lavoro prezioso di intertestualità di Guttuso, che si pone in un dialogo fecondo con la classicità: molte, infatti, sono le tele del genio di Bagheria che riscrivono l’arte dei predecessori in un umile e coraggioso omaggio, con citazioni colte ed evocative (una su tutte: la Velata, ispirata all’omonima opera di Raffaello del 1516). Danae giunge a Varese – e ci rimarrà fino al 29 marzo – a raccontare il mito della fanciulla fecondata dalla pioggia d’oro di Zeus quale moderna portatrice di dignità femminile. In quella massa di capelli d’arancio acceso (molto più di quelli di Klimt: quasi ispirati alle vesti della Primavera botticelliana) che sfumano in un lembo di veste viola, in quella posa raccolta, in quel biancore delle carni offerte liberamente all’osservatore nel tondo perfetto, che Guttuso sceglie come forma non a caso, deviando dall’originale quadrato, diventa essa stessa un mondo a sé, la perfezione in sé, silente, estatica, libera da condizionamenti di sorta, in una dimensione onirica che la solleva al di sopra di ogni giudizio e ogni interpretazione che non sia meno che volta a riconoscere la sua sublime, archetipica, innocente venustà. Danae, ricordiamolo, è la principessa di Argo che il padre, il re Acrisio, temendo si avverasse la predizione dell’oracolo di Delfi riguardo ad una propria morte per mano di un nipote, fece rinchiudere in una torre: ma Zeus, innamoratosi di lei, riuscì a raggiungerla trasformandosi in una pioggia dorata. Il mito, raccontato nelle Metamorfosi di Ovidio, è legato alla simbologia della Madre Terra, del Plenilunio e della primavera che ritorna.

In una giornata piovosa di plenilunio incipiente, che preannuncia la stagione della rinascita, non fatevi perciò mancare una visita a Varese a vedere le prime viole nella loro umida, archetipica bellezza in delicato colloquio con la selenica e misteriosa Danae. Ne troverete già tante al parco Mantegazza, salendo per la stradina che porta alla pinacoteca. Non potete lasciarvele scappare.

La Voce con Serena Contini, critica d’arte e curatice della sezione guttusiana del Castello di Masnago

(Questo articolo indossa Violetta Mannara, Strega del Castello, che non finirò mai di lodare per la sua magnificente e gotica fragranza, degna delle prime viole che riemergono alla luce intrise dell’inverno portatosi alle spalle. Una delle mie violette del cuore, e io, modestamente, di profumi alla violetta un po’ me ne intendo).