
Mi ritrovo a scrivere del convegno di sabato mattina tenutosi all’oratorio di Biumo Superiore in occasione del patrono del mio ordine professionale, San Francesco di Sales, due giorni dopo, forse perché sono un essere umano e non una macchina da guerra.
Potrei anche soprassedere, visto la decaduta attualità dell’argomento, perché si sa che nel mio mestiere oggi il consumo la fa da padrone. E però, se anche i giornali autorevoli oggi han già altro a cui pensare, io che preferisco farmi inseguire dal tempo anziché rincorrerlo, torno volentieri a ragionare su di un tema lanciato in quell’arengo perché mi è utile farlo, e forse anche ai miei lettori serve: quale sarà il futuro del giornalismo in epoca di intelligenza artificiale?
Al dibattito, organizzato da Radio Missione Francescana, era stato invitato Roberto Antonini, direttore del Corso di Giornalismo della Svizzera Italiana, che ha impostato la sua argomentazione confrontando il caso elvetico con la stampa italiana, partendo dal diverso modo di affrontare la questione dell’orribile strage di Crans Montana da parte delle due scuole di pensiero. E’ iniziato così l’affondo su una stampa ancor vitale a dispetto della profonda crisi che indubbiamente ed ecumenicamente la sta travolgendo, ma un po’ troppo dedita a scadere nello scandalismo, quella nostrana, e una più incline alla prudenza, forse a volte eccessiva, quella svizzera: e da qui è emerso un argomento, per quanto mi riguarda, fondamentale, vale a dire la preparazione umanistica del giornalista, che sola può garantire alla professione di sopravvivere in tempi in cui l’informazione vira verso l’estremo opposto, l’esaurirsi della dimensione umana, dell’attenzione e dell’ascolto, della messa in campo della personalità e della complessità culturale di chi lavora con le parole.
Primo distinguo, quello fra la categoria dei comunicatori e i giornalisti, questi ultimi chiamati ad una responsabilità regolamentata da una deontologia professionale che impone (almeno in linea teorica) un particolare rigore: qui inizio ad inorgoglirmi, e a pensare che tutto sommato un senso di appartenenza ad una famiglia qualificata, specializzata insomma nel produrre informazione lo possiedo. Certo, la mia famiglia professionale un tempo fu il mio giornale, e la sua chiusura brutale a fine 2017 mi pesa ancora nella memoria come un lutto che probabilmente non si colmerà davvero mai, a dispetto di chi ci sorride sopra o chi mi diceva che lo percepivo come un essere vivente: sì, il giornale è un essere vivente, un sistema organico essendo fatto di parole, carta e parole, pagine e parole.
Proprio da qui si passa al secondo distinguo: la questione dell’humanitas posseduta o meglio incarnata dal giornalista, chiamato a rappresentare la quintessenza dell’intellettuale attivo nella società, colui che consuma le suole camminando, incontrando e ascoltando la voce dei suoi simili, della sua città, e non sta banalmente seduto in poltrona a trafficare con questioni tecniche, non vive esclusivamente di comunicati stampa o di interviste su whatsapp o di segnalazioni attinte (pur in buona fede) da Facebook. La cultura, in buona sostanza, ci salverà, e solo la cultura, oltre naturalmente alla predisposizione, alla vocazione, al talento, tutto quel che volete: ma è la cultura che possediamo e che abbiamo il dovere di considerare sempre in divenire, il quid imprescindibile che ci renderà inerodibili dall’assalto congiunto della pigrizia del lettore e delle macchinazioni dell’artificio. Appellarsi ad un sapere fondativo, alle auctoritates classiche, sapere e far sapere che certe idee, certe posizioni, certe linee di pensiero sono già state espresse e promosse in passato; chiamare in causa l’historia magistra ma conoscendola davvero, questa storia; leggere, e molto, oltre che scrivere; considerarsi lettori, prima che penne, ponendosi nel solco di chi ci ha preceduto, nella strada di una continuità, in un colloquio fecondo con l’umanità precedente e bembianamente anche con il futuro; costruirsi insomma una reputazione di cervello indispensabile ed insostituibile, anzi di riferimento imprescindibile per una comunità pensante di lettori, più o meno ambiziosa nei numeri, negli spazi, nei tempi ma comunque sempre una comunità nei confronti della quale porre a servizio il proprio intelletto.
Questo è ciò a cui siamo chiamati ancora, noi giornalisti. Una missione? Esattamente. Pensiamoci immersi in quel cammino che la letteratura dalle origini ci offre, appena usciti dalla selva, dal buio, dall’angoscia, da lande di depressione: siamo come il naufrago dantesco che si volge indietro a rimirar lo passo, siamo come quel pellegrino che vede il colle illuminato e gli si apre il cuore… di più: siamo proprio noi quella luce che permette a chi brancola ciecamente nelle piazze senza discernimento alcuno di ritrovare la via. Un’immagine, sempre dantesca, sempre incipitaria, non tratta dalla Commedia ma dal De Vulgari Eloquentia, un testo capitale che mi pregio di amare sopra ogni altro, forse perché ho iniziato a studiarlo in tempi di smarrimento personale, e che per me rappresenta la più cara forma di guida magistrale in assoluto per la mia professione nel quotidiano.
Grazie davvero per questo convegno luminoso.