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Si conclude con oggi una settimana emozionante per la città di Varese. Sì, perché a partire dall’ingresso – prioritario in Lombardia – della fiamma olimpica, proseguendo con la festa di sant’Antonio, il suo secolare falò, la tradizionale benedizione degli animali, l’iconico lancio dei palloncini, in una ristretta manciata di giorni si è riversata per le vie cittadine, per le piazze del borgo storico della Motta, ai Giardini Estensi un’energia umana incredibile, capace di riaccendere improvvisamente l’entusiasmo collettivo che da tempo si era decisamente perso per strada.

Cosa sia successo esattamente non si sa, nelle ultime ore, nell’aria di Varese. Sta di fatto che quella città un po’ (tanto) malinconica, ripiegata sulla nostalgia dei bei tempi arcadici perduti, sempre diffidente riguardo ai cambiamenti e alle novità di qualsiasi ambito e genere (a partire dal confronto con i foresti), tendenzialmente schiva, cultrice dei propri orticelli, per nulla incline ad identificarsi nelle manifestazioni di massa (nemmeno se si tratti dello storico Carnevale o del più fresco di conio Pride) si è ritrovata a squarciare con un’alabarda di luce la corazza d’acciaio piovosa del cielo in una battaglia che rimarrà epica, da annotare in grassetto nei libri di storia locale. Una battaglia vinta dall’ottimismo della fanteria degli alabardieri scesi in campo, appunto, contro la negatività del disfattismo imperante, che impesta l’etere urbano reale e virtuale da un po’ di anni a questa parte, o forse da diversi secoli, chissà.

Occorre riaprirli, quei libri di storia, ogni tanto. Varese nasce, in quanto città, per decreto imperiale nel 1816, un annus terribilis a livello mondiale: il cosiddetto anno senza estate o senza luce[1], un bisestile che mantenne la fama popolare di essere foriero di disgrazie, giacché a causa dell’eruzione del vulcano Sumbawa (nell’odierna Indonesia) verificatasi nell’aprile dell’anno precedente e della conseguente massiccia immissione di cenere vulcanica negli strati superiori dell’atmosfera, le radiazioni solari vennero inibite e la temperatura globale dell’emisfero boreale si abbassò notevolmente. Ragion per cui Varese nasce proprio in quello che per l’Europa settentrionale, reduce dalle fatiche e dalle devastazioni delle guerre napoleoniche, fu un lungo, lunghissimo inverno per l’Europa settentrionale, con conseguenze terribili sui raccolti, che portarono a carestie ed epidemie.

Non proprio una buona stella natale, insomma: che a mio avviso di indagatrice di storie e di vicende d’archivio legate a quegli anni potrebbe giustificare senza nessun’ombra di dubbio il carattere tendenzialmente melancolico ed uggioso dei varesini, chi più chi meno amanti più del focolare domestico che di ritrovarsi a godere in un abbraccio universale delle radiazioni solari. Senza togliere nulla al culto dell’igne quieto dei recinti personali, dal momento che la cellula della famiglia costituisce il fondamento del patto sociale, andrà osservato che il sentimento identitario di appartenenza ad una famiglia più grande, una famiglia municipale in primis, è ciò che sviluppa la dignità di un essere umano in quanto tale, lo rende cioè civis, cittadino, civile. Quanto abbiamo atteso questo momento di risveglio della luce collettiva a Varese? Troppo. E ora che il cielo è stato finalmente squarciato, che l’orgoglio varesino è tornato a livelli siderali, in questa settimana cruciale che si conchiude di luna nuova, la prima di gennaio, l’auspicio tornato favorevole, iniziamo a progettare un umanesimo nuovo. Un umanesimo civile, gentile e variopinto come quei palloncini della Motta che hanno catturato e portato al cielo tutte le frequenze possibili della luce personale di ognuno di noi, del nostro animo rimasto un po’ bambino, disposto ora più che mai a ritrovare la poesia perduta di una città che ha così tanta umanità da scrivere, vivere, raccontare.


[1] L’ho raccontato ampiamente nella storia di Maria la Mazzacana, sventurata e obliata cantastorie varesina nata nel giugno del 1816, sul Calandari do ra Famiglia Bosina par or 2025.